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Cristianesimo nel Corno d’Africa.

Nel Corno d’Africa sono stati ritrovati i più antichi reperti fossili del genere homo (risalenti a circa 2,5 milioni di anni fa) e in Etiopia quelli della nostra specie (homo sapiens, circa 100 mila anni fa). Per questo motivo si ritiene che tutti gli uomini abbiano avuto origine in quella regione e che siamo tutti discendenti dei primi africani. Ma ad oggi però, sappiamo ancora ben poco delle civiltà che si sono sviluppate in Africa Nera prima dell’arrivo degli europei. E ho motivo di credere che, come al solito, la versione ufficiale degli scienziati e degli accademici, mescoli in modo più o meno consapevole degli accadimenti reali con ipotesi del tutto arbitrarie. E’ infatti da dimostrare che i resti ossei dei primi ominidi africani stabiliscano il punto da cui è scaturita l’intera umanità, anche alla luce di una genealogia della specie umana affatto consequenziale come si riteneva un tempo e che oggi è tutta da riscrivere, quanto meno per quanto concerne le varie classificazioni, che sono in gran parte da riposizionare. In questa indagine scientifica che procede a tentoni, di reperto in reperto, non possiamo escludere a priori la possibilità che il capitolo degli ominidi africani rappresenti un caso a sé, e rispetto alle origini che intrecciano il sentiero evolutivo della scimmia, aspetto con curiosità la formulazione da parte vostra, delle teorie più stravaganti.La ricerca di elementi che comprovino le ipotesi della scienza ufficiale, è resa più faticosa dal clima caldo e umido che caratterizza gran parte del territorio del Corno d’Africa, che ha facilitato la distruzione degli antichi manufatti e la decomposizione di molti resti ossei. Anche la mancanza di scrittura dei popoli che vivono in queste regioni e che si affidano alla sola tradizione orale ha reso le ricerca più ardua; ma questi fattori non escludono la possibilità che i popoli primitivi conoscano la propria storia e siano in possesso dei tesori di conoscenza antichi, e che molto semplicemente, non ritengano affatto opportuno condividerli con l’uomo occidentale. Scelta che riterrei legittima e sensata, alla luce dello sfruttamento secolare e degli abusi di ogni genere perpetrati dall’uomo bianco ai danni delle popolazioni africane.

Partendo da queste riflessioni vorrei parlarvi di un personaggio le cui vicende credo stimoleranno il vostro spirito di ricerca.

Hailé Selass (Egersa Goro, 23 luglio 1892 – Addis Abeba, 27 agosto 1975) è stato ultimo imperatore d’Etiopia dal 1930 al 1936, e dal 1941 al 1974. Il nome con il quale è conosciuto è un titolo che significa “Potenza della Trinità” , poiché era il duecentoventicinquesimo discendente diretto della dinastia di Re Salomone e della Regina di Saba, appartenente alla stirpe di Giuda. Il suo vero nome fu Ras-Tafari Maconnèn che in lingua amarica significa “capo da temere“, e con questo nome è considerato il nuovo “Messia giudeo”, dunque il nuovo “Cristo”, figura centrale della religione “rasta” nata in Giamaica, che perciò ha adottato i colori della bandiera d’Etiopia e che ha avuto grande impulso con il successo del cantante Bob Marley. Selassié concesse delle terre (le terre di Sciasciamanna) per il rimpatrio dei giamaicani Rastafari.

Quando l’Impero d’Etiopia fu invaso e conquistato dall’Italia fascista nel 1936, Hailé Selassié, combatté duramente contro l’invasore con ogni mezzo a disposizione, sia guidando i suoi eserciti sul campo di battaglia, sia attraverso ogni via diplomatica percorribile. Con la vittoria italiana scelse infine l’esilio volontario fino al 1941, quando il Regno Unito conquistò l’Africa Orientale Italiana e riconsegnandogli il trono. Verrà nuovamente detronizzato nel 1974, quando Aman Mikael Andom rovesciò l’impero e trasformò l’Etiopia in uno Stato socialista ed egli fu con ogni probabilità il mandante del suo assassinio. Nel corso della sua lunga vita , l’imperatore Selassié attuò importanti riforme per consolidare il suo regno e difendere l’identità del suo popolo; favorendo l0 sviluppo economico e culturale e soprattutto, lottando contro la barbarie della schiavitù.

Per questioni attinenti al nostro discorso, egli fu molto combattivo anche per riottenere reperti e documenti che il colonialismo e le guerre sottrassero al suo popolo. Forse il caso più noto riguarda la stele di Axum che venne trafugata dalle truppe italiane di Mussolini e che solo dopo molti anni dalla morte di Selassié, nel 2008, l’Italia decise finalmente di restituire all’Etiopia, rispettando quel Trattato di Pace del 1947 in cui, all’ articolo 37, si impegnava a “restituire, entro 18 mesi, tutte le opere d’ arte, gli archivi e gli oggetti di valore religioso e storico appartenuti all’ Etiopia e portati in Italia dopo il 3 ottobre 1935”, data d’ inizio della guerra d’ Abissinia.

In quanto alle opere d’ arte, gli archivi e gli oggetti di valore religioso e storico, non ci è dato di sapere cosa fu saccheggiato e cosa effettivamente tornò ai legittimi proprietari, ma l’enorme obelisco in granito di oltre 24 metri di altezza e pesante 210 tonnellate del III secolo d.C. testimonia che in quelle regioni vissero delle popolazioni tutt’altro che selvagge. I popoli del Corno d’Africa svilupparono la metallurgia prima che in Europa, già nel terzo millennio a.C. e produssero strumenti di lavoro e carri, favorendo l’agricoltura e il commercio.

In tempi recenti, nell’Etiopia settentrionale gli archeologi hanno scoperto un’intera antica città sepolta che faceva parte del potente Regno di Axum, che rivaleggiò con l’Impero Romano.

Il Regno di Axum fu uno straordinario regno commerciale che si sviluppò a partire dal IV secolo a.C. e che crebbe sfruttando l’ottimale posizione strategica sul Mar Rosso fino a divenire, nei primi secoli della nostra Era, un vero e proprio impero capace di rivaleggiare con Roma, Persia e Cina. Al tempo del suo massimo splendore, intorno alla metà del terzo secolo d.C., quando il Re Ezana si convertì al Cristianesimo, i suoi territori comprendevano quelle che oggi sono l’Etiopia, l’Eritrea, il Sudan settentrionale, Egitto meridionale, Gibuti, parte della Somalia e persino Yemen e parte dell’Arabia Saudita. Arrivò quindi a controllare lo Stretto di Bab el-Mandeb (tra Yemen e Gibuti) e sfruttò a pieno la linea commerciale marittima che collegava il mondo Mediterraneo con l’Oceano Indiano e le grandi potenze orientali. Axum batteva moneta propria, come pure aveva una propria lingua, scrittura e cultura. Adottò il Cristianesimo come religione di Stato, terza come diffusione, dopo l’Impero Romano e l’Armenia.

Per quanto Hailé Selassié fu il profeta del rastafaresimo, egli professò per tutta la vita il cristianesimo copto. Anche in questo caso, le vicende dell’ultimo imperatore d’Etiopia sono l’occasione per sviluppare le nostre ricerche. Appare quantomeno strano, che nella conta dei fedeli che professano la fede cristiana, il punto di vista cattolico abbia soverchiato gli insegnamenti di confessione copta, che potrebbero riscrivere la storia del cristianesimo da un’altra angolazione.

Perché se pensiamo che nel Corno d’Africa si trovino testimonianze poco significative della storia del cristianesimo, paragonate ai tesori della tradizione accumulati dalla chiesa romana, ci sbagliamo di grosso. La comunità copta in Etiopia risale infatti ai primi secoli d.C. e non pochi elementi fanno pensare che sorgessero comunità cristiane negli anni in cui lo stesso Cristo era in vita. In quanto ai luoghi preziosi per la cristianità, vi presenterò di seguito alcuni esempi che mi hanno molto affascinato.

 

MONOLITO E TOMBA DI RE BAZEN

Nella tradizione copta etiope si ricorda Baldassarre, il re magio dalla pelle scura, identificandolo con il re Bazén. Di questo re è giunta fino a noi la tomba, scavata nella roccia, secondo le credenze locali fu proprio Balthazar, a portare la notizia della nascita di Cristo in Etiopia. La tomba consiste in una fossa quadrangolare, e adiacente al luogo di sepoltura, sorge un massiccio monolito eretto come stele funeraria, che ricorda i menhir nordici, da cui forse deriverà l’usanza del popolo etiope di elevare immensi obelischi finemente lavorati, sulla cui funzione, però, gli studiosi non hanno ancora trovato risposta. Sopra la tomba del re Bazén troviamo una fila di camere funerarie, tra cui alcune incompiute, che presentano notevoli somiglianze con i luoghi funerari successivamente edificati nel culto bizantino. Presso i cristiani copti, re Bazén e venerato come il santo magio Baldassarre e nelle vicinanze di Axum sorge il monastero di Debre Damo che è a lui dedicato.

DEBRE DAMO è un monastero fortificato risalente al VI secolo e situato nell’Etiopia settentrionale. Il monastero si trova su una montagna isolata (chiamata in amarico amba) situata nella parte settentrionale della regione etiopica del Tigré. La sommità dell’amba ha una forma che richiama quella di un triangolo isoscele i cui lati lunghi misurano circa 800 m, il lato corto, lungo circa 300 m, è rivolto verso occidente. Circondata da ripide rupi, la sommità è raggiungibile solo tramite un sentiero impervio che si interrompe a circa 15 metri dalla cima. Nell’ultimo tratto, ancora oggi la tradizione vuole che si salga con una corda di pelli di capra, aiutati da un monaco che tira verso l’alto; la corda, infatti, simboleggia il serpente che avrebbe aiutato uno dei nove santi che evangelizzarono l’Etiopia a salire così in alto e fondare il monastero. L’accesso al monastero è concesso ai soli visitatori di sesso maschile. La cima dell’amba è pianeggiante ed è coltivata; con allevamenti di animali e alcuni pozzi che rendono questo luogo inaccessibile completamente autonomo. Nella parte orientale dell’amba, si trova la chiesa, che è una delle più antiche del paese, fatta edificare dall’imperatore Gabra Masqal. Nei pressi della chiesa si trova un altro edificio di due piani a pianta rettangolare, cinto da mura, nel quale è ospitato il tesoro del monastero, consistente in una ricca collezione di antichi manoscritti. Tra questi antichissimi manoscritti, molti di questi finemente miniati, si trovano forse le più antiche copie dei vangeli ed altre conoscenze gelosamente custodite dai monaci.

 

LE 11 CHIESE DI LALIBELA

In un luogo che è ancora oggi una città monastica completamente isolata, a 2.630 metri di altezza, circondata e protetta da una barriera naturale di montagne alte più di 4.000 metri nel cuore degli altipiani a nord dell’Etiopia, nella regione degli Amhara, si trovano le “11 Chiese di Lalibela”. Re Lalibela ordinò l’edificazione di queste chiese che furono costruite nella città di Roha, a quel tempo capitale del regno di Zagwe.

Ciò che rende uniche nel loro genere queste chiese è che sono monolitiche, cioè scavate in un unico immenso blocco di roccia. Questa particolarità che ricorda alcuni templi indiani, non è l’unico fatto straordinario del caso, dato che le undici chiese sono collegate tra loro da un intricato sistema di tunnel sotterranei. La tradizione locale sostiene che siano state costruite in soli 24 anni grazie all’aiuto degli angeli, che di notte proseguivano il lavoro che gli uomini avevano interrotto. Ma al di là della leggenda, gli studiosi non hanno trovato ancora una spiegazione su come sia stato possibile costruire con tanta precisione queste chiese ricavate da un unico monolite di roccia. Per molto tempo il luogo fu quasi inaccessibile, dato che per raggiungere la città sacra erano necessari circa due giorni di viaggio a dorso di mulo. Le prime testimonianze delle 11 chiese le abbiamo dai viaggiatori portoghesi, che nel XVI secolo fecero conoscere questo luogo agli europei. Ma già dal XII secolo era credenza diffusa in Europa che in qualche zona dell’Estremo Oriente ci fosse un regno cristiano situato nelle terre da cui provenivano i re Magi e governato da un misterioso personaggio noto come “Prete Gianni”; figura, questa, che se qualcuno proverà ad approfondire, riserva molte curiosità. Molti governanti europei inviarono spedizioni oltre i confini dell’Armenia e della Persia per incontrare questo regno leggendario, finché nel XIV secolo le ricerche si concentrarono in Africa orientale, più concretamente in Etiopia. Allora nota con il nome di Abissinia, era un regno cristiano i cui imperatori si consideravano discendenti della mitica regina di Saba. Le sue genti praticavano il credo monofisita, secondo il quale in Gesù è presente solo la natura divina e non quella umana.

Dettagliate descrizioni delle 11 Chiese le abbiamo da padre Francisco Álvares, che nel 1520 si avventurò in quelle terre allora quasi sconosciute, nel suo libro intitolato “Vere informazioni dalla terra di Prete Gianni” che fu pubblicato dopo il suo ritorno in Spagna. Tra gli altri dettagli, Álvares annotò le dimensioni di tutte le chiese di Lalibela e dichiarò che gli edifici di culto scavati nella pietra erano talmente tanti che era impossibile immaginare l’esistenza di un complesso simile in un’altra parte del mondo. Il religioso scrisse che la chiesa detta “del Golgota” era stata scavata a picco nella roccia e che la volta, o la parte più alta del tempio, era retta da cinque colonne, di cui una al centro. Il soffitto era liscio come il pavimento e le pareti erano piene di finestre e opere di ebanisteria curate come l’argento lavorato da un orafo. Álvares riferì anche che all’interno della chiesa scolpita nella roccia c’era la tomba in cui era sepolto Lalibela, l’imperatore che aveva ordinato la costruzione dei templi ed era venerato dal popolo come un santo. Notò inoltre che al posto delle campane erano appese lunghe pietre, larghe all’incirca un palmo e spesse quattro dita. Quando venivano colpite con sassi più piccoli, producevano un suono udibile da lontano e che si poteva scambiare per quello delle campane. Temendo che i compatrioti non credessero alle meraviglie che aveva visto, Álvares dichiarò nel suo libro: «Non voglio scrivere oltre di queste opere perché, se aggiungo altro, temo nessuno mi crederà e verrò accusato di falso […] Ma giuro davanti a Dio, alle cui mani mi affido, che tutto ciò che ho scritto è vero e che la verità va ben oltre quello che ho scritto».

Nel 1564 un altro esploratore portoghese, Miguel de Castanhoso, narrò il suo viaggio nella terra di Prete Gianni, dove dalla cima di una montagna vide alcune chiese impressionanti intagliate in un solo pezzo di roccia. Stando a quanto gli dissero gli etiopi, il conquistatore musulmano Ahmad ibn Ibrahim al-Ghazi, detto “il Mancino”, aveva cercato di trasformare le chiese di Lalibela in moschee, progetto che non era riuscito a portare a termine. Ciononostante, secondo un cronista musulmano dell’epoca, “il Mancino” distrusse i “tabot”, cioè le repliche delle Tavole della Legge che Mosè custodiva nell’Arca dell’alleanza. Durante il XIX secolo gli esploratori europei visitarono la città sacra di Lalibela e descrissero nuovamente le chiese monolitiche, aggiungendo immagini e piantine dettagliate. Tra questi studiosi si distinsero il tedesco Gerhard Rohlfs e i francesi Raffray e Simon. Tuttavia fu solo nel 1939, in piena dominazione italiana, che l’archeologo, architetto e storico dell’arte Alessandro Monti Della Corte scrisse il primo trattato completo su tutte le chiese di Lalibela, in un libro raro che peraltro è ancora in commercio. Della Corte le descrisse come immense, raffinate e architettonicamente uniche, e le definì il più grande tesoro del cristianesimo ortodosso etiope. 

In un’immagine he ritrae l’interno di una di queste chiese, quella dedicata a Maria, troviamo la più antica raffigurazione che esprime lo stretto rapporto tra il Cristianesimo e l’ebraismo, seguendo la linea di sangue che da Re Salomone ci porta a Gesù di Nazareth. Si tratta della stella di David all’interno della quale è inscritta la croce cristiana. Ho motivo di credere che anche lo studio approfondito di questa simbologia potrebbe condurci molto lontano…

 

L’ARCA DELL’ALLEANZA

E’ stato detto poc’anzi, che in questi 11 antichi santuari cristiani erano custodite le copie delle Tavole della Legge consegnate a Mosè. Da qui presentiamo l’ultimo spunto di ricerca di questo itinerario che ci presenta dei luoghi insoliti del cristianesimo, parlando della forse più antica chiesa cristiana d’Etipia, conosciuta come la Basilica di Santa Maria di Sion ad Axum. 

Voluta da re Ezana il Grande, che agli inizi del IV secolo impose il cristianesimo come religione di stato, questa basilica racchiude una leggenda. Secondo la tradizione, infatti, Menelik, figlio del re Salomone e della regina di Saba, trasferì in Etiopia l’Arca dell’Alleanza contenente i Dieci Comandamenti, che sono tutt’ora gelosamente custoditi in una cappella segreta della basilica. Anche il Kebra Negast, un libro del XIV secolo sacro per i cristiani copti, narra di come l’Arca fosse stata trasportata da Gerusalemme in Etiopia. Gli ebrei etiopi, ovvero i falascià di Menelik, sarebbero così diventati gli eterni custodi del simbolo tangibile del Patto dell’Alleanza tra Dio e Mosè.

Ma l’Arca non costituì solo uno strumento di potere religioso e regale per l’ebraismo di un tempo, perché venne impiegata anche come arma formidabile nell’iniziale lotta contro le popolazioni autoctone dell’antica Terra promessa. Essa è quindi sacro forziere e simbolo del Popolo Eletto, ma anche testimonianza della sua potenza e monito per i suoi nemici. L’Arca Santa, in un momento imprecisato della storia ebraica, sembrò però sparire dal suo antico luogo di collocazione (il Tempio di Salomone) lasciando minimi indizi, anche se in svariate occasioni, la storia ci racconta che il primo Tempio fu più volte saccheggiato da popoli invasori e da nemici.

Una interessante ed unica testimonianza che sembra attestare la presenza dell’Arca nella Basilica di Axum è fornita dall’archeologo italiano Giuseppe Infranca, il quale dichiara che nel 1990 trovandosi con la sua equipè di studiosi ad Axum per un invito ufficiale del governo etiope siglato dall’incontro con l’Abuna, la massima autorità religiosa, egli ebbe l’insperata occasione di vedere con i propri occhi l’arca. Riuscendo li, dove persino il già citato imperatore Selassie vide frustrate le proprie richieste, dal netto diniego del patriarca copto.

Per rendere più credibile la propria vicenda, Giuseppe Infranca, all’epoca, forni la prova di una fotografia dell’Arca ch’egli riuscì a scattare e che è quella che ora vi mostro. Infranca sostenne di aver percepito un forte ronzio ed una strana energia che emanava dall’arca, visibile anche nella fosforescenza dell’alone che appare nell’immagine. Ma ad onor del vero, Giuseppe Infranca non fu l’unico occidentale ad aver visto quello che la cappella della Basilica custodisce, poiché abbiamo anche la testimonianza di Edward Ullendorff, professore emerito alla School of Oriental and African Studies di Londra, nel 1941. All’epoca era un ufficiale dell’esercito britannico, e riuscì ad entrare nella cappella con la scorta di due soldati. Lo studioso riferì una versione dei fatti differente, poiché affermo di aver visto una «ricostruzione medievale, come tante altre viste in numerose chiese in Etiopia» e non «certamente l’Arca originale».

Per quanto appaia controversa la vicenda, un altro evento rende ancora più complicato stabilire la verità.

Lo scrittore Jeffrey Grant riportò una conversazione da lui avuta con il principe etiope Stephen Menghésa, pronipote dell’imperatore Hailé Selassié. Parlando proprio dell’Arca conservata in Etiopia, Menghésa rivelò allo scrittore che durante la proclamazione dello stato di Israele, nel 1948, molti falascià etiopi ebbero modo di discutere con le autorità israeliane per il ritorno dell’Arca in Israele al fine di poter iniziare a costruire il Terzo Tempio ebraico. Non sappiamo se l’Arca etiope sia stata realmente restituita ad Israele oppure se si trovi ancora in Etiopia… Ma da recenti avvenimenti e dichiarazioni, possiamo ipotizzare che i sionisti se ne siano impadroniti a forza.

L’ 11 novembre del 2014, il Patriarca della Chiesa ortodossa d’Etiopia Tewahedo, ha denunciato alle autorità e alla stampa il furto dell’Arca dell’Alleanza. Sua Santità Abuna Mathias, ha annunciato che il tesoro biblico più pregiato al mondo, l’Arca dell’Alleanza, è stato sottratto e asportato durante la notte dai sotterranei della Chiesa di Nostra Signora Maria di Sion. I guardiani dell’Urna Antica sarebbero stati indotti al sonno con l’uso di armi chimiche, prima che i ladri entrassero nella cripta per rubare il prezioso oggetto sacro.

E la costruzione del terzo Tempio è già dunque in atto? A quale scopo?

Un saluto e buona ricerca.

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Written by Paolo Dolzan

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