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GLI DEI DELL’ORIGINE

L’Intatta era il tutto in equilibrio pacifico e silente ma nulla poteva diventare senza turbare la sua naturale perfezione; così, perfettamente coincidente ella bloccava ogni ascensione progressiva…il vuoto assorbente bloccava ogni palpito e tutto coincideva nella circolarità di un’assoluta assenza che era il fondamento della sua totale presenza; l’Intatta guardò se stessa, vide il nulla e si perse in esso… il suo perdersi era già il germe, il primo di ogni futura esistenza, l’archetipo del labirinto.
Ella ora si permeava di un antico struggente anelito, presente e sconosciuto, un primo desiderio vano e nostalgico che la riportava a un centro ideale di una periferia ignota e senza contorni, era il desiderio di ritrovarsi e conoscersi.
Qualcosa, una vena sottile sepolta nell’aionico tempo, silente ricordo di un passato lontano, attraversò in un lampo la sua essenza dormiente, era come una sensazione sommersa che emergeva piano, una flebile luce nel buio simile al languore sottile di una ritrovata materna tenerezza… una cresta bianca appena abbozzata su uno specchio d’acqua stagnante:
l’ombra della luce bruna avvolgeva la chiara luce in un abbraccio d’amore che era tutto ciò che era.
L’Intatta guardò se stessa e sentì nascere il desiderio di sé…ma cos’è il desiderio? Come può desiderare la perfezione chi è già totale completezza? Il pieno può desiderare il vuoto, il tutto la parte?
Ella aveva percepito, nell’antico turbamento, quel nostalgico desiderio di cose assenti, di quelle cose perdute e mai dimenticate; era quello l’amore, un amore perduto e lontano per quella parte di sé che la conteneva: era la madre.
Allora fu percorsa da un improvviso impulso di ritornare per ritrovarsi e ricordare, ripercorrere per riprendere, riconoscere per ricomporre e vivere quell’amore.
L’Intatta allora guardò se stessa nuovamente dopo aionici tempi e ciò che vide la turbò profondamente….vide un uovo perso nel vuoto, un utero con all’interno due principesse abbracciate, una lucente come la chiara luce del sole, l’altra diafana come la bruna luce della luna; stavano come due serpenti allacciati nell’unità uroborica… percepì l’alito del loro respiro nel profondo senso di costrizione di un infinito contratto nell’infinito, il macrocosmo contenuto e serrato nelle infinite maglie del microcosmo, ed esplose allora tutto il furore compresso in quel pallore cadaverico di un passato esangue:
“Per l’amore che ho e che è sopra ogni cosa staccati da me affinché io possa vederti” disse la chiara luce alla luce bruna “voglio conoscerti per avere coscienza di questo infinito mio immenso amore”.
Disse la luce bruna: “veramente vuoi vedere il mio volto? Un volto di vuoto orrore rappreso? In te io sono un Dio antico e bellissimo, il primo Dio… la tua bellezza imprime la mia immagine nell’eco del ritorno; insieme siamo l’integro incorrotto, la perfezione assoluta della coincidenza nell’abbraccio dell’amore. Non staccare il tuo volto dal mio, non sollevare la pietra della notte sigillo di gelidi orrori sepolti e dimenticati”.
Disse la chiara luce: “questo abbraccio ci annulla, staccati da me per l’amore che ci tiene, l’amore che mi riempie è così forte che non posso più trattenerlo, va oltre una perfezione che si appaga di se, lo lascerò andare e ciò che dovrà essere sarà”.
Allora la luce bruna dispiegò le ampie ali come nere ciglia che schiudevano l’infinito in uno sguardo antico e penetrante e la chiara luce vide finalmente il volto di lei, spettrale e magnifico e restò turbata da tale magnificenza, maestosa e solenne come una regina di atavica memoria, una memoria perduta alle radici del cosmo, quella di una sovrana reggente un passato universo.
Sciolto l’abbraccio, libera, la chiara luce uscì dal grembo di tenebre, levò l’ala candida ad altezze sublimanti improvvisamente libera dall’abbraccio della sorella che si rannuvolò d’ombra mentre precipitava nel baratro scuro….
E la chiara luce gonfiò se stessa come una immensa onda d’oro, una possente onda rombante che cresce e nella vertigine sale, raccoglie e si avvolge mulinando con piacere turbinoso come un essere interno che nell’esaltazione espansiva si riconosce in crescendo di estatica felicità fino a frangersi in miriadi gocce di stella, uova d’argento di nascenti galassie lucenti…
…infinito perso in quell’infinito estatico volo… lascia il fluttuante languore di un vuoto sommerso nelle acque uterine della madre primigenia che ancora del nero abisso conservano la memoria che le aveva generate.
Sempre più lontana dall’ebrezza delirante della gemella, svuotata di sé, la luce bruna si avvolse d’ombra calda e protettiva, entrò dentro e, nella propria essenza, vide e riconobbe l’antico dei giorni in un viluppo unico, contenuto e insieme scisso in uno spazio dilatato in due serpenti che aprivano e chiudevano fluide spirali nel loro estremo separarsi e riunirsi fino al blocco senza più conciliazione… e, allora, la luce bruna comprese il miracolo.
Nell’estremo distacco ella vide un piccolo uovo, specchio della madre, anch’esso intatto, un uovo non già perso nel vuoto ma sospeso nell’occhio bilanciato della perfezione e in questo ella riconobbe se stessa.
Così la perfezione comprese d’essere la più antica delle cose, colei che dalle tenebre sapeva trarre il mattino dei cieli, dare vita alle stelle, scandire i tempi in infinite rivoluzioni…riconobbe suoni, melodie dimenticate, parole mai pronunciate come ombre febbrili che strisciavano nel buio. Chiuse allora il lugubre dolore in uno scrigno di pietra e lo pose a guardia del cielo, sigillo e memoria di un cosmo futuro.
La chiara luce si voltò indietro e per un attimo cercò gli occhi di lei, entrò nel suo sguardo, uno sguardo in cui sapeva potersi perdere ma accettò la sfida; era una sfida grande, tanto grande come solo sapeva essere il suo immenso amore.
Una plumbea ombra fendente scese sulla perfezione. L’era dell’innocenza era finita.
Un fremito, il brivido di un lungo lamento calò come lampo improvviso nella notte silente. L’ombra di velluto man mano si rapprese in neri coaguli d’emozione. Zampillarono note improvvise che avvitano vortici e imprimevano frattaliche forme; scambi di energia serrarono l’infinito nel rigido cerchio di un anello, l’anello del patto, il mistico matrimonio di due parti non più coincidenti…
l’anello conciliativo della progressione e del divenire.
Da quell’abisso furente buchi neri spalancano gole profonde dalle quali, in un brusio cangiante e indifferenziato, fluiscono larve di antiche memorie dimenticate… ora l’unità coglieva se stessa solo nell’eco del ritorno, una eco sdoppiata che cerca ancora la propria gemella, il passato che dal futuro trae il presente del qui e dell’ora.
“Dopo che il ronzante telaio del tempo fu avviato, la perfezione permaneva solo più nel brusio dell’indifferenziato, in quella molteplicità cangiante che solo nella successione e nella metamorfosi poteva raggiungere la completezza.”

In principio era il Principio, il Tutto, l’Intatta, la Grande Madre Vergine.
Il Tutto era tutto e il suo opposto, la parte, altrimenti il tutto non sarebbe stato tale. Siamo di fronte ad un paradosso: come può il limite essere ciò che è e al tempo stesso rapportarsi all’incontenibile, il tutto senza limite alcuno?
Il limite può raggiungere l’illimitato solo espandendo se stesso inventando spazi e tempi per infine salire sugli assi cartesiani croce del mondo nel cui punto di incontro la Totalità diventa consapevole di sé.
Ne deriva che per la Totalità la creazione non è dunque una scelta ma piuttosto una necessità ontologica di cui il limite si presenta come condizione essenziale della propria autoconsapevolezza: attraverso il limite l’Intatta corrompe se stessa e, diventando madre, da’ vita a un cosmo.
Cos’è e come nasce un cosmo?
Il termine “Cosmo”viene in genere associato all’idea di spazio infinito abitato da innumerevoli galassie, stelle, pianeti… l’universo cioè. Ma se associamo il termine “Cosmo” con il suo derivato “cosmetico” si fa strada un significato decisamente diverso. Per cosmetico intendiamo tutto ciò che concerne e produce bellezza, armonia; e, in effetti Kosmos, il termine greco dal quale deriva questa parola, significa sistema ordinato e armonioso come effettivamente è la bellezza, cioè un accordo di forme e colori nell’immagine dell’apparire, è dunque la conciliazione di parti separate in funzione di una unità integrativa, un sistema quindi;
come un cosmo è la coscienza.
La coscienza è una struttura sistemica attiva formata da sottosistemi in equilibrio dinamico, una essenza olistica di più parti integrate e interagenti che possono essere comprese solo se analizzate nell’insieme; quindi fra coscienza e cosmo sussiste una stretta similarità ma anche una relazione di scambio, infatti, mentre la coscienza aumenta la propria consapevolezza attraverso l’informazione, quella differenza assunta dalla realtà esterna che produce essa stessa una differenza nella consapevolezza del soggetto, questo medesimo è a sua volta parte attiva nella formazione della realtà medesima.

La luce, il buio, cosa sono senza l’occhio che li osserva? Li osserva mentre li genera; l’occhio non vede che se stesso nell’atto del vedere… poi la mente traduce impulsi in immagini, da’ forma ai sogni, sostanza alle idee, da’ vita a un cosmo. Ecco, è la creazione; essa si manifesta ogni volta che l’osservatore focalizza l’attenzione e osserva: fiat lux, dalla luce elettromagnetica all’esistenza di un uomo che mentre immagina se stesso diventa se stesso. Il creatore è coincidente con il creato.
L’uomo, sperimentatore e alchimista di sé da’ forma a un mondo di fuori, come la crisalide il suo bozzolo, poi si addormenta nel suo guscio e sogna di essere la propria proiezione.
Dovremmo iniziare a considerare che tutto ciò su cui poggiamo i piedi, tutto ciò che ci circonda e che chiamiamo realtà non è che l’immagine olografica di ciò che è in noi, tradotto da noi nel solo unico elementare linguaggio che conosciamo: gli elementi, gli atomi, i mondi, null’altro che pezzi di noi fermati nell’attimo dalla coscienza sugli assi cartesiani da lei stessa inventati.
Werner Karl Heisenberg, nella sua teoria sul principio di indeterminazione, si esprime così: “ciò che accade dipende dal nostro modo di osservarlo e dal fatto che noi lo osserviamo”. A questo punto potremmo chiederci: se ci fossero altri occhi, altri sistemi di percezione e traduzione, sarebbero il centro di altri mondi, di forme diverse di realtà anche coesistenti, perché non interferirebbero l’una con l’altra, quindi ci sarebbero molteplici dimensioni separate, sintonizzate su campi vibrazionali diversi e fuori dalla nostra portata, perché noi siamo come prigionieri di questo orizzonte spazio temporale curvo, immersi in una sorta di buco nero nel quale l’orizzonte degli eventi è generato dalla velocità della luce, siamo all’interno di un uovo, utero di un cielo in gestazione dalle pareti riflettenti, la magnetosfera, sulla quale sono tarati i nostri recettori…. Ma questo potrebbe essere solo un lato di una realtà molto più complessa…
Infinite uova si schiudono sincronicamente, bolle emergenti dalla schiuma cosmica (teoria dello wormhole) si aprono come fiori che spandono i loro semi di universi paralleli molteplici e a loro volta modulati su diverse dimensioni…
Quindi, noi siamo i creatori ma di una realtà solo apparente, una realtà parziale e illusiva perché se è vero che tutto ciò che accade dipende unicamente dal fatto che noi lo osserviamo e dal come lo osserviamo, è altrettanto vero che noi siamo dipendenti della nostra capacità di osservare vincolata al piano dimensionale in cui siamo inseriti: il matematico austriaco Kurt Gödel, con dimostrazioni categoricamente logiche, dichiara l’impossibilità della mente umana di raggiungere le verità ultime non per l’astrusa complessità della realtà ma perché noi ne facciamo parte.
Ma è proprio vero? Non ci sono vie di fuga?
E’ vero e le cose stanno così se ci riferiamo unicamente a quel sistema che chiamiamo coscienza, un sistema a circuito chiuso basato sulla coincidenza di essere e accadere: io sono ciò che accade, accade ciò che sono.
Oltre la chiara luce, abbagliante e definitoria che separa e dall’esclusione da’ forma al mondo delle ombre, permane la materna avvolgente luce bruna, promiscua e conciliativa, avvolgente come l’oceano delle antiche acque di gestazione, il tutto indifferenziato detto anche “campo unificato”, l’Intatta, incorrotta perché ancora esclusa dalla riduzione della coscienza; per questa ragione e da questo punto di osservazione possiamo chiamarlo inconscio.
Una via per uscire da questa trappola potrebbe essere quella di darsi la possibilità di escluderla dilatando il punto di focalizzazione a discapito dell’attenzione selettiva di una parte a favore del tutto, assumere cioè una visione policentrica, strabica, come il ceruleo sguardo do Afrodite che coglieva l’intero al di la’ degli opposti, per passare da una rigida realtà reificata a una più ampia essenza simbolica attraverso una graduale riduzione dei vari significati alle matrici che li sottendono fino alle loro basi archetipiche, basi che, sintonizzate sui diversi piani dimensionali, troviamo oggettivate nei diversi paradigmi espressivi sempre però nel rispetto del motto ermetico:
“così in alto come in basso per il miracolo della cosa unica”
Potremmo riscontrare, all’interno di questo motto 5 punti fondamentali:
1 la legge dell’analogia
2 la legge della rifrazione e simmetria
3 la legge della conservazione o autorinnovamento
4 la legge della sublimazione o autotrascendenza
5 la legge della sincronicità o olismo

1 la legge dell’analogia è l’espressione dell’archetipo translitterato nelle modalità espressive dei vari piani di manifestazione. Si potrebbe anche dire che è una formula di adattamento ai vari piani dimensionali tramite la traslitterazione di una medesima forma simbolica nei diversi significati che la rappresentano tale da mantenere all’interno di essi una stretta relazione di senso; consente un buon sistema di traduzione per una navigazione intuitiva.
2 La legge della rifrazione e simmetria esprime il principio della moltiplicazione tramite la divisione, quello della progressione tramite fedeltà e ripetizione dello schema e si evidenzia nella dinamica della geometria deI frattali tramite ritmo e cadenza.
3 La legge della conservazione o dell’autorinnovamento si fonda sull’armonia delle parti al fine di mantenere un equilibrio dinamico;
le sue basi sono bellezza, conciliazione, crescita, ordine, stabilità, fedeltà.
4 La legge della sublimazione o autotrascendenza è il superamento dell’equilibrio nel raggiungimento di un punto limite di concetrazione caotica: la coincidenza. E’ la contrazione sublimante di un nuovo centro, una nuova unità, la nascita di un nuovo cosmo.
Le sue basi sono coincidenza, caos, amore, tradimento.
5 L’unità olistica è l’unione sincronica delle parti integrate nel tutto e del
tutto contenuto nelle singole parti.

Trascorsero eoni su eoni nel respiro del tempo…
bolle di sogno fluttuavano nell’infinito mare, bolle eteree limpide come il cristallo, potenziali miraggi di paradisi virtuali dilatavano sino a frangersi in brandelli onirici e si contraevano per perdersi nell’argenteo filo che univa gli universi. Essenze ancora libere cavalcavano turbini di fuoco, separavano da essi globi ardenti, stelle, comete lucenti che disponevano a loro piacere srotolando in grandi spire il dorso del cielo.

Trascorsero eoni su eoni nel respiro del tempo…
la spirale chiude e riapre le serrande del cielo, la griglia che serra e blocca la catena degli universi paralleli…
infinito perso nell’infinito tempo, ogni anello una nota della celeste scala musicale che dà vita ad un mondo orientato su una frequenza, un tempo, lo stato di una essenza unica pronta a frammentarsi nella molteplicità degli esseri che anelano la propria ricomposizione.

Trascorsero eoni su eoni nel respiro del tempo…
ed è la nostra galassia, una piccola ruota del nostro universo, un universo distinto ed insieme unito alla catena degli universi, una delle tante catene del cosmo, uno dei tanti cosmi che compongono la totalità.

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Written by Eleonora Fani

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