in , , ,

I SACRIFICI DI NEMI E I NORRENI A HOLLYWOOD

Estratto dal video 49 “I sacrifici di Nemi e i Norreni a Hollywood” dal canale youtube Il Tetano della Quinta Razza – https://www.youtube.com/watch?v=J7iJh1wBwrU

Riferimenti ed estratti per l’articolo:

Giorgio Rossi
https://www.youtube.com/watch?v=fpDISv1o1GY
Marco Pulieri
https://www.youtube.com/watch?v=fpDISv1o1GY
Annalisa Lo Monaco
https://www.vanillamagazine.it/incendio-al-museo-nemi-le-navi-romane-di-caligola-bruciate-daitedeschi-in-ritirata/
Vittorio Bonaria
http://www.molare.net/disastri_simili/disastri_stfrancis.html#:~:text=Il%2012%20marzo
%201928%20era,nella%20parte%20basale%20della%20diga.
Frank Black – “St Francis Dam Disaster”
https://www.youtube.com/watch?v=uyRKUIm_74E

Letture consigliate:
IL RAMO D’ORO – James Frazer

_______________________________________________________

Qualche tempo fa, seguendo un breve estratto di un webinar dedicato alla cabala del ricercatore Giorgio Rossi, mi ha incuriosito un aneddoto che collegava la creazione del lago artificiale di Hollywood al piccolo lago di Nemi situato in provincia di Roma. A detta di Giorgio Rossi, il lago di Hollywood rispecchia la conformazione del lago italiano, che fu anticamente consacrato al culto di Diana; a ciò si aggiunge un’altra stranezza, stando a quanto riferisce il nostro relatore, e cioè, che sulle pendici del colline di Hollywood (Hobart Johnstone Whitley la chiamò cosi, che significa letteralmente “bosco di agrifogli” / “Bosco sacro”), prospicenti al lago artificiale vennero piantati degli alberi provenienti dalle foreste sacre dei miti sacrificali norreni. Giorgio Rossi, in aggiunta, riporta il dettaglio inquietante che ad Hollywood, chi fallisce si butta dalla cima di questa collina…

Da queste poche indicazioni ho avviato una breve ricerca nei giorni successivi, ed il materiale che ho raccolto, è quello che oggi vi presento.
Nella mia ricerca ho rilevato delle incongruenze confrontando la conformazione dei due laghi, e a dirla tutta, non ho approfondito la parte dei suicidi sacrificali degli attori che si gettano dalla rupe… però, sono emersi altri fatti che ho giudicato interessanti.


Il lago italiano si trova nelle vicinanze del di Nemi, un paese in provincia di Roma.
L’etimologia del nome ha effettivamente radici celtiche, la sua radice è la stessa di “Nemeton”,
termine con il quale i celti chiamavano il bosco sacro e più in generale, un luogo sacro. Un fatto che avvalora la corrispondenza con i celti è che questo luogo, in un passato lontano, è stato un importante centro di culto pagano e animista dall’età preromana. Fino al secolo scorso questo lago era chiamato anche “Lo specchio di Diana” perché i suoi boschi erano sacri alla dea Diana Nemorensis e sulla sponda settentrionale sorgeva un santuario a lei dedicato; era conosciuta come Diana triformis : concepita come una triplice unità della divina cacciatrice, la dea della luna e la dea degli inferi, Ecate, e quindi godeva di un culto diversificato nella sua triplice natura. Il culto a Diana di Nemi è citato da Virgilio nell’Eneide, chiamato “Triviae Lacus” e da Orazio che definiva la dea “montium custos nemoremque virgo” (“custode dei monti e vergine di Nemi”) e “diva triformis” (“dea delle tre forme”). Diana “Trivia” era chiamata da Catullo, come dea del crocevia; in questo ruolo la dea aveva una connotazione oscura e pericolosa, poiché indicava metaforicamente la strada per gli inferi; ma il simbolo dell’incrocio è rilevante per diversi aspetti del dominio di Diana dato che simboleggia anche la luce che guida i cacciatori lungo i sentieri della foresta, illuminati solo dalla luna. In questo contesto anche il fuoco aveva un ruolo centrale in un rito di purificazione, dato che, nell’area del tempio gli archeologi hanno trovato, insieme a
frammenti di fiaccole, delle statuette in bronzo che raffigurano la dea che impugna una torcia con la mano destra. Sappiamo che in onore della dea, il 13 agosto era celebrata una Festa del Fuoco simile a quelle che i celti del Nord Europa tributavano ai Soltizi o a particolari altre ricorrenze. Nel Santuario i devoti recavano offerte di candele e fiaccole e sembra che fossero presenti le vergini Vestali che custodivano il Fuoco Sacro. Del resto, l’appellativo di Vesta conferito alla Diana di Nemi, indica palesemente l’esistenza di un fuoco perennemente acceso nel santuario del bosco. Non conosciamo l’epoca precisa a cui riferire il culto, ma sappiamo che lo storico romano Catone il Vecchio, vissuto nel III secolo a.C. afferma che il tempio era già descritto in antiche fonti del 495 a.C. ed altri storici lo rinvengono a partire almeno dal VI secolo a.C. L’importanza di questo culto coltivato in età romana è testimoniato dal fatto che a Roma, nell’estremo opposto della via sacra rispetto alla direzione ove era posto il santuario di Nemi, si trovava il tempio consacrato a Diana, edificato dal re Servius Tullus, e nel Sancta Santorum ardeva il braciere del Sacro Fuoco perenne. La Via Sacra, l’arteria principale del Foro Romano, teatro delle processioni d’inizio anno, feste sacre e trionfi, punta dritta proprio al Bosco di Nemi. E il santuario di Nemi edificato in età romana che diede continuità ad un culto pagano precedente, era maestoso, eretto su almeno tre livelli terrazzati.
Questa divinità sembra simboleggiare anche la fecondità e l’abbondanza della Natura, attributi riconducibili alla Grande Dea Madre, culto universale celebrato dall’uomo già in età arcaica.
Di questo luogo magico oggi rimangono solo poche rovine portate alla luce con gli scavi del 1871 in uno stato di incuria e abbandono. In occasione degli scavi furono rinvenuti anche resti di un santuario molto più antico, risalente almeno all’età del Bronzo, di forma circolare.
Non molto tempo fa sotto il livello della banchina del lago, è stato scoperto un massiccio muro megalitico poligonale che alcuni studiosi riconducono al popolo misterioso dei pelasgi, i lontani progenitori dei Celti.

Le rovine del santuario consacrato a Diana Nemorensis

L’aspetto più sorprendente però, a proposito del culto di Diana sulle sponde del lago di Nemi,
consiste nelle incredibili analogie che il rituale del re del Bosco tributatole, ha con i riti delle antiche culture pagane del nord Europa. Oggi è ancora visibile l’altare romano che corrisponde al luogo dove molto tempo prima, veniva praticato il rituale del Re del Bosco: in questo punto del bosco sacro, cresceva isolata una grande quercia, giorno e notte sorvegliata dal re-sacerdote armato di spada. Si guardava da un agguato che un nemico avrebbe potuto tendergli cogliendolo all’improvviso con l’intenzione di ucciderlo mediante un colpo inferto con un ramo spezzato dall’albero sacro. Se il misfatto fosse avvenuto, lo sfidante sarebbe succeduto al suo trono, finché a sua volta non avesse subito la stessa sorte, alimentando il ciclo e garantendo la continuità di un’antichissima tradizione sacrificale. La strana regola di questo sacerdozio non trova corrispondenza nella tradizione romana.

Rex Nemorensis

Il “rex nemorensis” aveva la funzione di dare vita alle proprietà feconde della dea Diana,
accoppiandosi con lei nel giorno del Solstizio d’Inverno all’interno del bosco sacro. Il successo
dell’unione era considerato di buon auspicio per l’anno a venire, mentre il suo fallimento, segno di sventura, decretava di fatto la fine del re e la necessità di trovare un successore poiché egli rivelava di non essere più in grado di assicurare alla sua gente protezione e fecondità. Gli elementi di questo rituale hanno forti analogie con il mondo cultuale degli antichi Celti. Nella mitologia celtica la dea Dana o Danu, madre di tutti gli dei, viene descritta con gli stessi attributi di Diana; in un’antica stampa della dea notiamo la presenza del cervo, un animale simbolico ricorrente nella cultura celtica e nello sciamanesimo.

Ma abbiamo altri elementi del culto di Nemi che non sono meno sorprendenti della figura del re del bosco; ad esempio la quercia, era l’albero centrale intorno a cui si celebrava il rito, e questa pianta riveste un ruolo di sacralità soprattutto presso gli antichi Celti. I riti ispirati alla natura erano officiati dai loro sciamani, i Druidi, presso radure ricavate all’interno di un querceto che svolgeva quindi la funzione di tempio naturale.
Ma perché la quercia era ritenuta così importante dal punto di vista spirituale? I celti le attribuivano forza, saggezza, giustizia e conoscenza, considerandola la “madre dei Druidi”. I luoghi sacri in cui si erigeva diventavano i punti di contatto con gli antenati e con l’invisibile.
A questa pianta sacra è collegata anche la sua pianta parassita, il vischio, tutt’oggi ricorrente nelle festività natalizie, come buon auspicio. Antichi miti celtici, come quello del dio Baldr, rivelano che il vischio era considerato un dono ancora più sacro della quercia stessa che lo ospitava. Il vischio era ritenuto di natura divina; crescendo sui rami più alti della pianta, rappresentava il collegamento tra il cielo e le radici, la terra. Il vischio era raccolto il sesto giorno del ciclo lunare seguendo un preciso rituale, per mezzo di un falcetto d’oro e avvolto in un panno bianco per preservarne il potere del contatto con la terra.
La caratteristica del vischio di crescere d’inverno, quando la natura si assopisce, è un attributo di immortalità che rafforza l’alone delle sue proprietà magiche.
Il magico “ramo d’oro”, era forse il vischio in virtù del colore aureo che assume seccandosi.
Virgilio nell’Eneide menziona il ramo d’oro descrivendolo coma la fronda che Enea, su consiglio della Sibilla, colse prima di addentrarsi nell’insidioso viaggio nel mondo dei morti. È lo strumento con cui egli si fa luce nell’oltretomba e il lasciapassare che gli permette di traghettare il fiume che divide il mondo visibile da quello invisibile.


L’importante antropologo James George Frazer dedicò alla questione un corposo saggio intitolato “Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione”, pubblicato nel 1890.
La prima edizione è suddivisa in quattro parti. Il primo capitolo colloca «Il re del bosco» di Nemi in una più ampia categoria di re divini, e spiriti della vegetazione. In particolare, di Virbio, spirito della vegetazione, che controlla le forze naturali e promuovere la fertilità attraverso la sua unione con Diana.
Il secondo capitolo è dedicato ai tabù, e si concentra sulle regole di condotta dei re divini; ogni segno di declino fisico è visto come una minaccia al benessere della comunità: per questo motivo, egli può esser messo a morte e sostituito da un più forte successore, come dimostra la cruenta regola di Nemi: essa garantisce che il sacerdote di Diana, alias Virbio, sia sempre un individuo al massimo del suo vigore fisico.
Il terzo capitolo si intitola «Uccidere il dio». Frazer passa in rassegna diverse modalità di
uccisione dei re divini o di loro sostituti simbolici, con esempi sono tratti dal folklore rurale
europeo, che però reca in sé antichissimi rituali di uccisione (e rigenerazione) del dio. Il secondo ambito è quello delle religioni del mondo antico, in particolare dei culti della vegetazione presenti nelle civiltà del Mediterraneo orientale.

Nell’ultimo capitolo, «Il ramo d’oro», l’autore spiega perché lo sfidante del re nemorensis doveva strappare il ramo di un certo albero, comparandolo al mito norvegese del dio Balder,
ucciso da Loki per mezzo del vischio e arso in un grande rogo funebre.
Frazer mette in relazione queste caratteristiche del mito, con l’antico culto ariano della quercia, il cui «spirito» si credeva risiedesse nel vischio; dunque il ramo di Nemi è il vischio, e se il sacerdote di Diana è un’incarnazione dello spirito della vegetazione (che forse è poi la stessa divinità suprema degli antichi ariani): per uccidere il re del bosco, occorreva prima strapparne l’anima sotto forma di vischio.


A questo punto, abbiamo verificato che indubbiamente esiste una correlazione tra il culto arcaico praticato a Nemi e il mondo druidico norreno. Prima di proseguire alla ricerca di prove che avvalorino le affermazioni di Giorgio Rossi in riferimento ad Hollywood è il caso di soffermarsi ancora sulla sponda italiana, dato che il lago di Nemi ci riserva altre sorprese…

Il recupero della nave di Caligola

Dal 1928 al 1932, nelle sue acque avvenne una delle più grandi imprese di recupero subacqueo dell’archeologia, consistente in due enormi navi fatte costruire dal noto imperatore Caligola, assassinato, a soli 28 anni, e che rimasero adagiate sul fondale per quasi duemila anni. La gente del luogo ha sempre saputo di questi relitti, perché nei secoli sono affiorati molti reperti, mentre altri erano “pescati” con l’ausilio di rampini. Il primo tentativo di recupero, nel 1446, fu affidato a Leon Battista Alberti dal Cardinale Prospero Colonna, ma fu un fallimento, seguito da diversi altri nei secoli successivi.
Il recupero andato a buon fine, voluto a scopo propagandistico dal governo fascista di Benito
Mussolini, richiese cinque anni, con il drenaggio di parte delle acque del lago, effettuato grazie ad un tunnel sotterraneo di epoca romana, che collegava il lago con i terreni agricoli della zona. La nave più grande era in sostanza un palazzo galleggiante, ornato da marmi e mosaici, dotato di bagni e riscaldamento. Non sappiamo cosa spinse Caligola a costruire delle navi così grandi, destinate a non navigare in un lago così piccolo; le dimensioni (70 x 20 e 73 x 24 metri ) fanno pensare che si trattasse di palazzi galleggianti, usati come lussuosi luoghi di svago. Lo storico Svetonio descrisse delle due navi: per la struttura legno di cedro, e poi innumerevoli e preziose decorazioni. Le prue come gioielli, sculture ruotanti su sfere di piombo, vasi d’oro e d’argento, vele di seta viola, bagni di bronzo e alabastro sono solo alcuni dei lussi voluti da Caligola. Ma secondo alcuni storici, la prima nave era un tempio galleggiante dedicato a Diana, mentre la seconda era un rifugio per il despota dai mille vizi. I senatori, spesso umiliati da Caligola, odiavano a tal punto quel giovane despota che per cancellarne il ricordo dopo il suo assassinio fecero distruggere le opere da lui costruite; perciò le navi di Nemi furono fatte affondare.

Dopo nemmeno dodici anni dall’immane lavoro di recupero delle navi, nella notte fra il 31 maggio e il 1° Giugno del 1944, queste furono distrutte, all’interno del Museo di Nemi, da un incendio di origine dolosa, con ogni probabilità provocato dai soldati tedeschi che presidiavano la zona. Il 28 Maggio i soldati tedeschi giunsero nei pressi del museo di Nemi, portando con sé 4 cannoni di artiglieria. Il comandante della truppa fece allontanare i 4 custodi e le loro famiglie, che trovarono riparo nelle caverne naturali a circa 300 metri dal museo. Il 29 e 30 Maggio la batteria dei tedeschi venne individuata dai soldati alleati, che bombardarono la zona antistante il museo, senza causare danni all’edificio, all’interno del quale i militari nel frattempo avevano trovato riparo. La sera del 31 Maggio si svolse un grande conflitto a fuoco, che vide gli alleati cannoneggiare i dintorni del museo sino alle 20.15, secondo quanto riportato dal capo custode Giacomo Cinelli. Alle 21.20 i custodi osservarono un lume aggirarsi all’interno del museo, e poi alle 22.00, un’ora e tre quarti dopo la fine dei bombardamenti, il fuoco divampò all’interno dell’edificio, mandando in cenere un tesoro custodito dalle acque del lago di Nemi per quasi due millenni. Il 1° Giugno il museo risultò interamente distrutto, e i nazisti abbandonarono la postazione il 2 Giugno. Due giorni
dopo gli statunitensi giunsero al museo, ma per le navi romane non c’era più nulla da fare.
“Una commissione appositamente creata giunse alla conclusione che con ogni verisimiglianza
l’incendio che distrusse le due navi fu causato da un atto di volontà da parte dei soldati germanici che si trovavano nel Museo la sera dei 31 maggio 1944″.

Quale oscura ragione spinse i soldati del Reich a bruciare le navi di Caligola sacre alla dea Diana? Noi sappiamo bene l’interesse per le antiche tradizioni e l’esoterismo maturate in seno al nazismo, in particolare, con la fondazione dell’ordine delle SS Ahnenerbe, suddiviso in decine di dipartimenti che approntarono spedizioni di studio ai quattro angoli del mondo. Esiste una ragione che motivò questo sfregio storico inusuale per lo spirito tedesco, una connessione tra la distruzione delle navi e l’occultamento di segreti culti sacrificali nordici mutuati dalla dea Diana?
Questo fatto offre poche possibilità di risposta, ed è probabile che le ragioni fossero strategiche e militari, tuttavia è una “strana coincidenza” che il mese di maggio rappresenti un mese molto importante nell’antica ritualità germanica e celtiche… Sappiamo che in questo contesto, un particolare rito ancora oggi praticato nel comune marchigiano di Morro d’Alba, prevede che la notte del 31 maggio ( la medesima dell’incendio navale) si faccia rogo del cosiddetto “Albero di Maggio”, con il quale si scaccia il male e si auspica la buona stagione.

Possiamo aggiungere che uno dei motti del nazionalsocialismo era “Ein Blut, ein Volk” (un sangue, un popolo”) e, in lingua tedesca, la radice della parola sangue é la stessa che indica il sacrificio.

Il Blót era un sacrificio pagano dei popoli del Nord Europa alle divinità scandinave e agli elfi: in uno di questi, in primavera rivolta alla dea Freya, i sacerdoti elevavano l’antica preghiera “per un anno fausto e pacifico” chiedevano fertilità, buona salute, una vita serena, di pace e armonia tra il popolo e gli dei. Ogni nove anni avveniva il blót, un rituale comune a tutti in Svezia. Sacrificavano nove maschi per ogni specie, anche uomini (per un totale di 72 defunti), e i corpi venivano appesi ai rami del sacro bosco, presso il tempio. È possibile che l’ultimo blot con cadenza di ogni nove anni avvenne nel 1078. Il tempio di Uppsala fu probabilmente distrutto dal re Ingold I nel 1087, ma sul perdurare di questi riti nel tempo è significativo ricordare che questa volta per fortuna con modalità incruente, nel 2000, il blót fu di nuovo celebrato nella vecchia Uppsala dopo più di 900 anni, dall’associazione neopagana svedese Asatrúar.

______________

E’ giunto il momento di spostarsi oltre atlantico e di appurare quali connessioni possano
effettivamente esserci con il complesso artificiale del lago e della collina in prossimità di
Hollywood.

Il lago di Hollywood

Di primo acchito, ho collegato la sacralità del numero 9 presso i norreni, che in alcuni riti prevedeva di alimentare il fuoco sacro bruciando nove differenti qualità di alberi della foresta magica, con il fatto che la parola Hollywood è composta da nove lettere; a questo si aggiunge il fatto più significativo che il termine sarebbe stato coniato nel 1886 dall’imprenditore Hobart Johnstone Whitley, definito il “padre di Hollywood” per le grandi opere che realizzò. Hollywood significa letteralmente “bosco di agrifogli”, ma alcuni lo declinano con “foresta sacra” nella vicinanza al termine Holy, che è sacro, nella prima parte di questo nome composito. Esistono fonti documentate che attestano quanto affermato dal ricercatore Giorgio Rossi, e cioè che la collina venne rimboscata artificialmente.
Come ho anticipato nell’introduzione al video, pur non trovando un preciso riscontro sulla
somiglianza dei due laghi, ho raccolto delle informazioni sulla storia di questo luogo che credo valga la pena raccontare.

La creazione del bacino artificiale e la costruzione della diga St. Francis è stata realizzata tra il 1924 ed il 1926 nelle vicinanze della cittadina di Santa Clarita posta ad una sessantina di chilometri a nord-est di Los Angeles (California, US) su progetto dell’ing. William Mulholland che condivideva la visione di una Los Angeles molto più grande con il suo amico Frederick Eaton, che divenne sindaco della città dal 1898 fino al 1900. I due si conoscevano bene, avendo lavorato insieme nella Los Angeles Water Company. Di origine irlandese, Mulholland stava da molti anni realizzando un importante acquedotto al servizio della città californiana che aveva il grande problema dell’approvvigionamento idrico. Le opere di Mulholland ebbero un notevole impatto ambientale: l’acquedotto prosciugò completamente il grande Lago Owens (200 km a nord di Los Angeles) e l’acquisizione dei diritti all’acqua era stata compiuta con imbrogli e corruzione. A pochi mesi dall’inizio dei lavori di costruzione della diga, Mulholland proponeva alcune varianti progettuali finalizzate all’incremento dell’altezza dello sbarramento e quindi della capacità dell’invaso. Queste modifiche non avrebbero però comportato un incremento della larghezza della base della diga.

L’ingegnere sosteneva infatti che nonostante le varianti presentate il fattore di scurezza della struttura fosse più che soddisfacente. Nel 1926, anno di completamento dell’opera, la diga aveva un’altezza complessiva di 62 m ed un lago di capacità pari a circa 47 milioni metri cubi alimentato in massima parte dalle acque derivate. Appena riempito l’invaso sul paramento della diga e sulle sue spalle comparivano delle fratture che erano state immediatamente analizzate dallo stesso ing. Mulholland. Le fratture erano presenti nei due lati opposti del paramento ed per quelle di valle si provvedeva a sigillarle con canapa, legno e malta cementizia. Tuttavia il 7 marzo 1928, quando l’invaso era stato riempito totalmente, comparivano importanti perdite d’acqua che filtravano dalle fratture precedentemente sigillate, dalle spalle della diga e anche dal settore basale. Ciò nonostante ancora una volta, tale condizione non preoccupava il progettista che scriveva in una sua relazione che tale comportamento era tipico delle strutture in calcestruzzo di quelle dimensioni.

La carriera di Mulholland terminò tragicamente il 12 marzo del 1928, quando la diga di St. Francis cedette poche ore dopo l’ispezione da parte dello stesso Mulholland, e scaricò 47 milioni di metri cubi d’acqua che inondarono la Santa Clara Valley, a nord di Los Angeles. Una muraglia d’acqua alta come un palazzo di dieci piani si precipitò lungo il letto del fiume Santa Clara verso la contea di Ventura, e la mattina dopo il sole illuminò uno scenario apocalittico. La città di Santa Paula era stata sepolta da uno strato di sei metri di detriti e fango; altre parti della Contea di Ventura erano ricoperte anche da 20 metri di fango. Le squadre di soccorso lavorarono per giorni e il conteggio finale fu di 450 morti, inclusi 42 bambini di una scuola elementare. Grandi sezioni di calcestruzzo, del peso di migliaia di tonnellate, erano state scagliate dalla furia delle acque a oltre 500 m di distanza dalla diga. Oggigiorno, le rovine della diga di St. Francis sono difficilmente identificabili tranne i versanti sui quali erano appoggiate le spalle dello sbarramento. Infatti i monconi furono a suo tempo demoliti poiché molto pericolosi.

Il crollo della diga di S. Francis

L’ing. William Mulholland avrebbe ammesso la sua piena responsabilità per il disastro dichiarando in sede penale di non potersi spiegare il suo fallimento. Secondo la rivista Engineering NewsRecord, “lui aveva basato la sua opinione in merito alla sicurezza della diga sulle precedenti esperienze nella costruzione di diciannove dighe” e che era un atto di mera arroganza quello di pensare che “i successi del passato sono sufficienti per garantire il successo del prossimo progetto.”
Mulholland si dimise, con la piena responsabilità del peggior disastro nell’ingegneria civile della storia degli Stati Uniti. Durante il processo, l’inchiesta stabilì comunque che Mulholland non aveva possibilità di conoscere l’instabile situazione geologica, causa ultima del disastro. Morì nel 1935 ed è sepolto al Forest Lawn Memorial Park Cemetery di Glendale in California.
Che questa tragedia sia stata un incidente impossibile da prevedere, che sia causato dalla negligenza del progettista, oppure, nella più fosca e incredibili delle ipotesi, che sia stato un vero e proprio “Olocausto” programmato come folle atto di consacrazione, sta di fatto che gli anni di fondazione di Hollywood furono lavati nel sangue.


La responsabilità nei terribili fatti per quanto costò la carriera al nostro ingegnere, non spiega le insolite circostanze che portarono alla decisione municipale di dedicargli una delle più famose strade di Hollywood, nota infatti come “Muhlholland Drive”.

Trattandosi di Hollywood, l’industria cinematografica più famosa al mondo, ho deciso di cercare se qualche traccia dell’accaduto è servita alla sceneggiatura di qualche film. Intuitivamente ho cercato tra i registi più enigmatici e oscuri della fabbrica hollywoodiana, per esempio Carpenter, Cronenberg, Linch. E nella produzione di quest’ultimo regista, ho trovato degli inquietanti riferimenti. Il film in questione si intitola “Muhlholland Drive”, esplicitamente riferito alla famosa strada… Sarebbe lungo e prolisso riassumere l’intricata trama in questa sede, che riprenderò solo per sommi capi… consigliando la visione del film agli interessati, evidenzierò solo gli aspetti che ho trovato davvero singolari, o se preferite, delle inaspettate coincidenze rispetto ai temi trattati in questo video.
Mulholland Drive è un film molto complesso, in linea con il cinema abissale e tortuoso di David Lynch. Il film nella prima parte è un sogno, che dura quasi 90 minuti, la realtà corrisponde a ciò che accade negli ultimi 30 minuti, dopo il risveglio di Diane. Dopo il suo risveglio però Diane è preda di allucinazioni, a volte le sue visioni sono veri flashback: il montaggio, elemento determinante all’interno della pellicola, nasconde e confonde dettagli decisivi per comprendere il film.

Ambientato ad Hollywood, sulla famosa strada chiamata Muhlholland Drive, avviene un incidente che coinvolge una donna che perde la memoria. Questa donna, spaventata e ferita, si introduce in una casa apparentemente disabitata, ma che è invece abitata da Betty, un’aspirante attrice che decide di ospitare la donna che nel frattempo decide di farsi chiamare Rita, fino a quando non ricorda il suo vero nome: Diane Selwyn.
Qui troviamo la prima curiosa coincidenza; dato che la protagonista si chiama Diana, come la dea del lago di Nemi. In aggiunta, il cognome Selwyn identifica un nome proprio maschile, ed ha origini latine da Silvanus (letteralmente “che vive o proviene dalla selva”) e poi normanne, da salvagin (“selvaggio”, “feroce”).
Pronto ad accettare le accuse d’essere un visionario cospirazionista, ammetto di propendere per l’idea che il riferimento alla parte femminile (Diana) e maschile (re nemorensis), l’elemento
boschivo e sacrificale, perfettamente calzanti nel nome della protagonista, non sia affatto casuale. Il film prosegue con Diane, che frugando nella sua borsetta, trova una strana chiave blu e un mucchio di soldi; poi le due amiche si recano nell’appartamento di Diane Selwyn e scoprono il cadavere di una donna uccisa da un colpo di pistola.

Le donne diventano amanti e in seguito si recano la notte al Club Silencio, un teatro dove si
imbatteranno in una piccola scatola blu, che apriranno con la chiave già in loro possesso.
A questo punto cambia tutto lo scenario, perché tutto ciò che è apparso sullo schermo è frutto di un sogno di Diane/Betty, che si sveglia nel suo letto e affronta la realtà angosciante: Diane Selwyn è l’amica sognata di nome Betty. Lei è una ragazza di Deep River, in Ontario che si trasferisce ad Hollywood per fare l’attrice. Il suo primo casting è sul set del film “La storia di Sylvia North”, dove incontra Camilla Rhodes (nel sogno Rita), che invece ottiene il ruolo. Le due amiche diverranno amanti, ma l’epilogo tragico sarà l’uccisione di Camilla da parte di Diane Selwyn gelosa del suo matrimonio con il regista Adam e il successivo suicidio della protagonista.

David Lynch /Mulholland Drive

Da questo riassunto emergono altri elementi che circostanziano il mio dubbio, vale a dire che i riferimenti esoterici ai culti sacrificali tra il lago di Nemi e Hollywood siano da parte di David
Linch del tutto intenzionali: La protagonista scopre di provenire dalla città dell’Ontario, Deep River, che significa “fiume profondo”, il film del suo provino si intitola “La storia di Silvya North”, che richiama nuovamente l’elemento “silvano”, cioè della selva del Nord. Altre speculazioni dai risvolti esoterici si potrebbero fare sul nome del regista che è Adam, il capostipite dell’umanità, amante conteso tra le due donne che innescherà gli istinti assassini. Il film si conclude di fatto, con un doppio sacrificio umano. Il luogo nel quale avviene la presa di coscienza della protagonista, “Il Club Silencio” rappresenta la terra di confine tra la realtà e il sogno, la realtà fisica e il mondo sottile. Lynch gioca con il colore blu, lo troviamo spesso nel piano cromatico delle scene, nelle luci, e lascia che il film orbiti attorno a due oggetti: la chiave blu (che prova che Camilla è morta) e la scatola blu (che consente il passaggio dal sogno alla realtà). Quando questo cubo viene maneggiato dall’uomo dietro al bar, esso libera le allucinazioni che portano poi Diane al suicidio. L’uomo dietro al bar, presente sia in sogno che nelle sue allucinazioni, assume forme e sensi molteplici: può simboleggiare il senso di colpa, la paura o l’invidia di Diane. Il cubo in suo possesso assume il senso di un Vaso di Pandora, che una volta aperto sprigiona i suoi orrori. A questo potremmo aggiungere il simbolismo della chiave, del blu che è il colore usato nei riti di trasformazione e purificazione… potremmo anche semplicemente riflettere su alcuni elementi dell’immagine della locandina cinematografica… ma chi è arrivato fino a questo punto del video con un po’ di curiosità in tasca, saprà certamente proseguire nelle sue ricerche.


Un saluto e alla prossima.

What do you think?

88 points
Upvote Downvote

Written by Paolo Dolzan

Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Loading…

0

Stirpe cornuta e dove trovarla – pt1

Gli Archetipi Planetari nei Segni – Il Sole Parte 1