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Il Cinema è morto con i Fratelli Lumière.

riflessioni su cinema, pittura e fotografia

Durante l’adolescenza mi sono appassionato al film muto, acquistavo le videocassette dei grandi classici di Mornau, Lang, Dreyer, Freund… e in quelle immagini sbiadite e traballanti trovavo qualcosa di famigliare. Amavo le atmosfere cittadine, le strade con le carrozze e i cavalli, pensavo che i miei bisnonni, se solo avessero preso il treno per Parigi, avrebbero potuto incontrare Lautrec, Gauguin o Vang Gogh, in qualche brasserie. Queste riflessioni un po’ ridicole mi accompagnavano mentre guardavo lo schermo, con i personaggi dalla mimica accesa e le caratterizzazioni grottesche, da caricatura. Spesso la musica di sottofondo mi infastidiva e così toglievo l’audio. Il film muto mi sembrava il prolungamento spontaneo del romanzo ottocentesco, molto più vicino alla pagina scritta che alla fotografia; ma non comprendevo bene il perché della cosa.

Con il passare degli anni sono diventato un pittore.

Con lo studio del repertorio di dipinti della storia dell’arte, si è ripresentata la stessa sensazione; trovavo più ravvicinati i campi della letteratura e della pittura, piuttosto che della pittura e della fotografia. Da pittore percepivo la fotografia, anzi, con una certa ostilità. Dopotutto, una buona parte della motivazione profonda che sospinge la volontà del pittore, nel gioco di osservazione e riproduzione della realtà, era stata improvvisamente annichilita dal mezzo fotomeccanico, che sgomberava il campo da qualunque equivoco della percezione soggettiva, scassinando il tempo col suo fluire incessante, per sottrargli degli istanti. Questo mondo di entrare furtivamente nella realtà, con maniere da ladro, di armeggiare al buio con l’alchimia degli acidi, per creare un feticcio piccolo e sbiadito, mi rendeva il fotografo decisamente antipatico. Questa cosa non accadeva invece con la pellicola muta, che pure procedeva con un flusso segmentato, zoppicante…

La foto ritrae il Boulevard che era affollato di gente, ma i tempi lunghi dell'impressione ci mostrano solo la figura di un lustrascarpe e il suo cliente, all'angolo della strada
Renè Daguerre, Boulevard du Temple, 1838 La foto ritrae il Boulevard che era affollato di gente, ma i tempi lunghi dell’impressione ci mostrano solo la figura di un lustrascarpe e il suo cliente, all’angolo della strada

Ho riflettuto spesso su queste cose.

L’artista derubato della realtà è stato cacciato a forza in se stesso, ed è stato obbligato a trovare nuove soluzioni per sopravvivere; così la realtà dipinta sulla tela ha cominciato ad agghindarsi coi fronzoli della personalità dell’autore. Anche gli strumenti e la tecnica sono stati esplorati a fondo, nel tentativo di ampliare il repertorio; e sono stati infine consegnati al mondo di quell’oggettività materiale del “colore colore”, della superficie piatta che supporta e non è più illusoria. Forse questa fase critica è stata necessaria e, come accade spesso, la perdita si è accompagnata ad un guadagno. Gli inizi del ‘900 hanno celebrato il culto della personalità, con il pretesto della sperimentazione. Per me l’approdo in questo scorticamento della visione, di questo togliere la pelle al mestiere della pittura, ha la sua epigrafe tombale nel “Quadrato bianco su fondo bianco” dipinto dall’artista Kazimir Malevic nel 1918.

Pochissimi intellettuali ed artisti a quell’epoca sono stati in grado di percepire, in quel bianco, la tonalità dei sepolcri imbiancati. Uno dei pochi è stato il geniale Arthur Cravan, “l’unico poeta rompitore di mascelle”; che pedalava per le strade di Parigi distribuendo la sua rivista autoprodotta, sulle cui pagine, copriva di insulti e di epiteti poco eleganti, la generazione di artisti che oggi veneriamo nei musei. Ci aveva visto lungo il buon Cravan, che aveva smascherato l’alibi bohémienne dei vari Picasso, Matisse, Derain, che si cavavano gli occhi a vicenda, per scaldarsi al camino di marmo della Gertrude Stein.

Arthur Crava, “Il Poeta-Boxer”.

E in quel tepore borghese tra le due guerre, di una condizione sociale alla quale è difficile rinunciare, l’artista ha venduto l’anima. E’ iniziato il periodo delle “trovate”, che strappavano un sorriso malizioso nei salotti buoni dell’arte; eppoi la nefasta discesa in campo di orde di artisti mancati, che si riciclarono come critici d’arte, pagati un tanto a rigo di stupidaggini.

E da quegli anni, l’ecatombe culturale di oggi ristagna nella palude della mercificazione, rispetto alla quale non mi va neppure di scrivere.

Voglio tornare al cinema muto, che nella sua rarefazione era carico di informazioni; raccontava senza essere documentaristico. Lo scorrere delle immagini sviluppavano una trama incerta, inframezzata da brevi cartelli scritti che come una segnaletica stradale, indicavano allo spettatore la direzione da seguire, tra attori gesticolanti. Questa cinematografia si presentava con pudore all’attenzione dello spettatore, di modo che scaturivano sottotracce narrative, prodotte dal pensiero accompagnato.

Lo spettatore aveva quindi un ruolo tutt’altro che passivo, similmente al lettore di un romanzo, cui è dato il compito faticoso di immaginare i volti e le ambientazioni dei personaggi suggeriti dall’autore.

Con gli anni ho scoperto la connessione con la pittura, ho trovato la spiegazione alle mie intuizioni giovanili. In un dipinto il concentrato di informazioni silenziose assume una forma ancora più potente: ogni elemento della narrazione è contenuto in un’unica scena, senza la mappa di un itinerario che ci indica il prima e il dopo.

Tutto accade simultaneamente, e all’osservatore è lasciato l’arduo compito di ordinare gli eventi, districarne i contenuti simbolici, creare correlazioni.

Carmelo Bene

Il cinema “è morto con i fratelli Lumière”, ebbe a dire Carmelo Bene.

Il genio dimenticato del teatro italiano conosceva il segreto del Barocco, di eccedere la misura quel tanto per annullare la ridondanza. Incontrai Carmelo Bene a Cesena, fuori dal teatro dove avevo assistito al suo “Hamlet”, scambiammo poche battute e poi mi liquidò con benevolenza. Nel tentativo di prolungare l’incontro con il mio beniamino, sibilai parole di provocazioni delle quali ancora mi vergogno. Mi fissò con occhi fiammeggianti e salì sul taxi. Ancora oggi credo che siano in pochi ad aver compreso la lezione d’arte di Carmelo Bene; nell’intervista televisiva“Bene Vs Cinema” trovate una lucidissima analisi che racchiude un secolo di esperimenti e imbrogli con la macchina da ripresa.

Oggi la fotografia ha compiuto un altro furto ai danni della pittura. Il fotografo, non documenta, ma trasforma creativamente la realtà. Il pittore opera come in preda ad una commozione cerebrale, non ricordando più niente dei processi attivi della pittura: è aggrappato alla realtà ma non ha più gli occhi per sentirla… così, si suicida nella copia sistematica delle fotografie.

E il cinema? Come il mostro di Frankenstein, il cadavere riesumato è sottoposto a scosse elettriche, ma ciò che vediamo non ha nulla di vitale; sono piuttosto le convulsioni, di un silenzio riempito fino all’orlo.

In un film d’azione il protagonista esclama “Ti ammazzo!”, puntando la pistola.

Basterebbe questo.

La musica annuncia il dramma, odiamo il colpo dello sparo, seguiamo il viaggio della pallottola nelle viscere della vittima… lo stesso concetto rimbalza nell’eco dei vari piani della comunicazione verbale, visiva, sonora.

Chi è morto dunque? Lo spettatore.

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Written by Paolo Dolzan

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