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IL MITO DI EDIPO

Guarda il Video 50 “EDIPO”, Canale youtube IL TETANO DELLA QUINTA RAZZA

Il mito di Edipo è conosciuto specialmente in relazione a Sigmund Freud, e la vicenda di Edipo dal punto di vista psicoanalitico, infrange innanzitutto il tabù sociale dell’incesto; poiché con la definizione di “complesso di Edipo”, Freud ha fissato una fase dello sviluppo della sessualità infantile, nella quale il bambino sperimenta delle pulsioni nei confronti del genitore di sesso opposto, anche di natura sessuale, accompagnato dal desiderio di morte e di sostituzione del genitore dello stesso sesso. Il medesimo complesso attinente alla sessualità delle bambine è riferito ad Elettra (figlia di Agamennone), che nel mito greco vendicò la morte del proprio padre.

Devo dirvi che questo “prestito” alla psicoanalisi dal mondo antico, mi irrita.

E le ragioni non posso attribuirle solo al fatto di giudicare male la psicoanalisi, questa dilagante e tracotante pseudo-scienza, per i danni tremendi che ha generato dal punto di vista sociale, ampiamente dimostrati dalla letteratura antipsichiatrica, ma nel caso specifico di Edipo, c’è in ballo la mutilazione di un mito, e Freud, dopo aver compiuto il fatto, ha lasciato la carcassa ricomposta in un feticcio sessuale, ad uso dei posteri. Edipo non è un caso isolato, ma anzi potremmo dire che è rivelatore del “modus operandi” di questo mutilatore seriale, da salotto e da divano. Freud si comportò allo stesso modo con il pensiero di Nietzsche, che fece a brandelli per puntellare le sue teorie, negando poi, da bugiardo di bassa lega, di non aver mai aperto e consultato lo “Zarathustra” che conservava nella sua libreria.

Tornando alla sindrome di Edipo, che Sigmund Freud credette di “scoprire”…

Di tale inclinazione sessuale nel comportamento infantile, ne fece una regola generale, estendendola indiscriminatamente all’umana infanzia, facendone una tappa più o meno transitoria, ma obbligata, dello sviluppo psico-sessuale e nella formazione del piacere.

Io penso invece, che tale complesso non appartenga affatto “universalmente” allo sviluppo della sfera sessuale dell’individuo, ma che sia stato in primo luogo una nevrosi che afflisse Freud e che narcisisticamente egli estese a tutta l’umanità.

In secondo luogo, subendo questa devianza infantile, che mancò di rielaborare in età adulta, dimostrò la sua perfetta adesione allo stampo sociale e culturale nel quale crebbe, vale a dire, il mondo agiato della borghesia ebraica. E a questo proposito, sulle pratiche sessuali consentite dalla regola ebraica, consiglio di consultare il Thalmud.

Il “complesso di Edipo”, in questo senso è rivelatore, dato che esprime la confusione dello studioso non solo nella relazione tra sfera individuale e collettiva, ma anche per aver impropriamente esteso le attitudini morali del proprio ambiente famigliare, sociale e religioso, al modello della cultura occidentale del XIX e XX secolo. Che poi in quei tempi, in una famiglia del sottoproletariato, gli otto o dieci figli, avessero il tempo di solleticare le proprie appendici sessuali con simili fantasie, tra la miniera, la fabbrica e la campagna, la cosa mi lascia piuttosto incredulo.

Eppure, nella disputa psicoanalitica, i detrattori di Freud non hanno mai trovato un uditorio assiepato, che fungesse da cassa di risonanza, nell’affermare che Freud non fece altro che battezzare i propri disturbi sessuali e sociali, con la leva del narcisismo, per farne sindromi psichiatriche che ancora oggi affliggono l’uomo moderno; anche se nel frattempo l’indice dei disturbi mentali si è spaventosamente infittito, al punto da rendere sbiadito la brochure delle sindromi freudiane.

Non escludo che Freud abbia avuto sottomano -ma questa è una mera ipotesi – i resoconti di un suo contemporaneo pubblicati nel 1868, il reverendo Henry Callaway (1817–1890), che fu missionario in Sudafrica e descrisse i costumi degli Zulù, compresa la propensione all’incesto, e da qui ne dedusse, giudicando gli antipodi sociali, che tale usanza dovesse accomunare tutti i popoli del mondo. E ciò che considero un’aggravante al misfatto, è che la teoria di Edipo formulata da Freud ritengo che fu una manipolazione intenzionale degli antichi insegnamenti contenuti nel mito, per adombrare altri significati, che proiettano la vicenda verso più alte punte di crescita e di riflessione.

Lo ammetto… l’unico aspetto positivo che riconosco alla scuola psicoanalitica di Freud è quello di aver favorito, involontariamente, il contrappeso del pensiero di Jung. E di questo fatto, per quanti lo ignorassero, è bene precisare che la causa iniziale del disaccordo, nel 1912, fu proprio la teoria del “Complesso edipico”.

D’altro canto, per misurare la bontà di un fatto, basta osservare cosa questo ha innescato e prodotto; e con questo vi lascio alle vostre considerazioni.

Contro la sessualizzazione del mito di Edipo, dunque, e più in generale contro la volontà di riferire al piano genitale ogni slancio dell’intelligenza contemplativa, voglio proporre al vostro sguardo una figura di Edipo e delle sue vicende, osservate da un orizzonte più ampio.

Basterà questo a ridimensionare le qualità delle formulazioni psicoanalitiche.

Adesso proseguiremo esponendo brevemente i fatti narrati dal mito, soffermandoci sui punti più significativi.

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Il nome Edipo in greco antico significa “dai piedi gonfi” e, a detta degli studiosi, questo nome è il primo segno del bambino che appartiene alla schiera dei “bambini esposti”, cioè ai figli che vennero rinnegati, abbandonati, uccisi dai propri genitori, poiché portatori di un destino infausto.

I “piedi gonfi” furono causati dal fatto che il padre Laio, re di Tebe, appreso il responso negativo dell’oracolo di Delfi, perforò le caviglie del proprio primogenito e incaricò un servo di appenderlo con un laccio ad un ramo nella foresta, lasciandolo in pasto alle bestie selvatiche. Secondo l’oracolo,infatti, il bambino destinato a nascere dall’unione di Laio e della moglie Giocasta l’avrebbe ucciso, ma questi in seguito avrebbe anche sposato la madre, innescando disgraziati eventi che si sarebbero abbattuti sui discendenti e sull’intero reame. Laio, sperando di salvarsi, ripudiò la moglie, ma Giocasta riuscì ad ubriacarlo e a giacere con lui per una notte che si rivelò fatale.

Fin dalle prime battute del racconto, si palesa il nucleo della vicenda di Edipo che non ha per fulcro il tema freudiano del parricidio e dell’incesto, bensì quello della predestinazione.

Anche se il nome gli venne affibbiato in seguito, quando venne cresciuto dal patrigno, il re di Corinto, il battesimo di Edipo rimanda al motto latino “nomen omen”, quando gli antichi romani ritenevano che il nome contenesse in qualche modo il destino della persona. Questa credenza venne con ogni probabilità ereditata da tempi ancora più remoti, dato che anche nell’Egitto predinastico il nome esercitava la stessa ascendenza secondo gli insegnamenti sacerdotali, cosi come sigillava il rapporto con gli antenati.
Forse i piedi gonfi del bambino appeso, scampato alla morte, annunciano anche il lungo peregrinare del nostro protagonista, che avvenne negli anni della sua vecchiezza, secondo quanto è riferito dagli ampliamenti posteriori della storia.

Ma i piedi forati e gonfi di Edipo possono anche fare il paio con il piede annerito e bruciato dal sole di Melampo, il figlio di Agamennone; perché sono, in entrambi i casi, i piedi martoriati che percorrono il sentiero della vita, accomunando Edipo e Melampo, quali segnali della loro intelligenza: il piede viene associato alla periferica opposta del cervello, in una reminiscenza degli insegnamenti di Hermete Trismegisto, il quale afferma il principio “cosi in alto, cosi in basso”.
Le vicende fanno di Melampo un saggio guaritore, non per dono divino, ma per sviluppo della propria “intelligenza” in senso etimologico, dato che ha la dote facoltà di “leggere dentro” i misteri della natura e decifrarne le sue proprietà per metterle al servizio dell’uomo. Edipo è colui, invece, che ha la capacità di leggere dentro la Sfinge interrogata per trovare la risposta.
In entrambi i casi si delineano delle figure che non sono divine, bensì uomini semplici e per di più tra le fila degli ultimi, perché segnati dalla sorte avversa.
Non sono dotati di forza e doti prodigiose o altre qualità elargite dalle divinità, essi assurgono nel mito, al pari di eroi, unicamente per frutto della loro intelligenza.
E con ogni probabilità le leggende sono giunte fino a noi attraverso la tradizione popolare, piuttosto che il mito sacro, a ribadire che Edipo è un eroe umano, tratto dal peggior fango della sorte.

La sorte di Edipo appeso fu sventata dal pastore Forbante, che lo trovò e lo portò da Peribea, la moglie del re di Corinto, Polibo. Per questi fatti il bambino crebbe credendo di essere figlio del re di Corinto. Anni dopo un nemico di Edipo, volendolo offendere, gli disse che era trovatello. Questo fatto turbò Edipo, che decise di partire per interrogare l’oracolo di Delfi e sapere chi erano davvero i suoi genitori. Quando si recò presso il santuario, la Pizia, inorridita, lo cacciò dal santuario, predicendogli che avrebbe ucciso il padre e sposato sua madre. Atterrito dall’oracolo, Edipo, per evitare di uccidere i presunti genitori decise di non tornare mai più a Corinto e di recarsi invece a Tebe.

Questo passo del racconto si presta per approfondire la questione oracolare. Questa forma di divinazione era assai in uso presso i popoli antichi, compresi i Greci. Il più importante santuario greco si trovava a Delfi, situato presso l’omphalos, cioè l’”ombelico, il centro del mondo”, rappresentato da una pietra sacra associata al masso che la dea Rea, fece ingoiare al marito Crono per risparmiare il suo ultimo figlio Zeus. Zeus, diventato adulto e forte, diede un veleno al padre che vomitò la pietra e dopo di questa, tutti i figli che aveva un tempo divorato. L’Omphalos è la memoria di questi fatti, che si presentano come un rovesciamento del complesso Edipico Freudiano, ma invece perfettamente coerenti con il mito originale, nel quale i due padri Cronos / Re Laio, attentano alla vita dei loro figli Zeus / Edipo. Se pure è vero che la vicenda di Crono narra anche ch’egli castrò il proprio padre Urano, è altrettanto vero, che tutti i casi non vadano interpretati dal punto di vista sessuale, ma come avvicendamento di ere e di reggenze, nei grandi capitoli delle civiltà passate. Il santuario del “Padre”, è anche il principio attivo emanante, il luogo nel quale sono scritti i destini degli uomini, ai quali è concesso il privilegio di conoscere in anticipo la propria sorte, consultando l’oracolo. Il compito della veggenza era assegnato alle donne; con ruolo passivo e ricettivo, le sacerdotessa, chiamata Pizia, fungeva da ponte tra il mondo invisibile e quello manifestato. Ruolo questo, che si rispecchia nella natura di tutte le madri, con la costruzione biologica del figlio rinchiuso nel grembo materno.
La Pizia era così chiamata, poiché nella tradizione più attestata dalle fonti, il Santuario di Delfi fu strappato da Apollo nella lotta conto Pitone, il drago-serpente guardiano del tempio, che apparteneva alla dea Gea, la principale divinità greca della Terra, della fertilità, ma anche della dimensione ctonia e infernale.

Le complicate sottotracce del mito di Edipo, evidenziano che il tema centrale del racconto è il fato, il potere in mano alle divinità olimpiche spesso capricciose, criminali e infedeli, che giocano con la sorte degli uomini. Anche se espressa in questi termini, la cosa suscita scarso effetto, è bene riflettere sugli effetti che questa lezione comporta, nel moderno sistema teologico monoteista.
Innanzitutto, gli dei antichi, in quanto miscellanea di vizi e di virtù, escludevano la parte “Satanica” (nel senso di antagonista), esclusiva del culti monoteisti, in quanto il dio assoluto assume in sé solo i principi di bontà, luce e purezza, e perciò esige la sua controparte malvagia e oscura, con il relativo dualismo tra bene e male, di cui è tutt’oggi fortemente condizionata la nostra società.
Ma peggio ancora, sul fronte della fede ebraico-cristiana, la determinazione del Fato riduce a ben poca cosa il “Libero arbitrio”, che è pilastro del mondo moderno, bandiera sventolante della libertà individuale. Ditemi voi ora, se si possa chiamare “libero arbitrio” la possibilità di scelta limitata e relativa tra i due punti dell’esistenza che ci sfuggono, cioè quello della nascita e quello della morte. Mentre sulla qualità delle buone e delle cattive azioni che ci è dato liberamente, e cristianamente, di compiere, qualcosa potrebbe insegnarci il già scomodato Friedrich Nietzche, che pone Zarathustra aldilà del Bene e del Male, di ogni giudizio e costrutto sociale, considerando valida un’unica e sola legge, che è la Legge Secondo Natura.
Perciò aggiungo, fu provvidenziale ridurre la figura di Edipo a quella di un complessato sessuale.

Tenete a mente che Edipo è un esempio che rivela quanto capillare e programmata sia l’opera di manipolazione, distorsione, occultamento ordita da secoli nella nostra società, nei confronti delle verità del passato, così come dei fatti del presente.

Ma ritorniamo a Edipo, che abbiamo lasciato al Santuario.

Di ritorno dall’Oracolo, diretto verso Tebe e lasciandosi Corinto alle spalle, si imbatté in un cocchio guidato da Laio (il suo vero padre) ch’era anch’egli diretto a Delfi, per chiedere alla Pizia la liberazione di Tebe dalle calamità che gravavano sulla città, dato che una sfinge sbarrava l’accesso imponendo indovinelli ai passanti e, se l’interrogato non riusciva a rispondere, lo divorava.
Il giovane Edipo rifiutò di cedere il passo al carro regale che trasportava re Laio. Passando, le ruote del carro gli ferirono il piede ed egli, incollerito, assaltò la diligenza uccidendo il cocchiere e trafiggendo a morte con la propria lancia anche Laio, il suo vero padre.

Trascurando le congetture fallicistiche freudiane nell’interpretazione della lancia, che ci condurrebbero a sospettare perfino di una latente omosessualità del già afflitto Edipo, aggiornata in una scena da moderno serial killer, che assassina il proprio padre per liberarsi delle sue pulsioni deviate.
Ma ciò che a noi interessa della scena del crimine è soprattutto l’aneddoto del piede ferito dal carro; dato che scaturisce come una reminiscenza, un segnale premonitore che avrebbe potuto allertare Edipo, ma al quale non prestò attenzione. Questo, a mio avviso, rappresenta l’unico messaggio delle forze sottili che provarono a difendere l’umano “troppo umano” Edipo, e ch’egli si lasciò sfuggire. E così il padre Laio che trapassò i piedi del figlio neonato, fu infine trafitto dalla lancia del figlio Edipo.
Questa orribile vicenda per i protagonisti, fu il bis a richiesta nel teatrino degli dei, di un dramma rivisitato, con gli ignavi attori camuffati da Crono e da Zeus.
Si chiude “a cerchio” il primo atto della vicenda.


Alla notizia della morte di Laio, i tebani elessero re Creonte, fratello di Giocasta; ma anche Creonte non seppe affrontare e liberare il suo popolo dalla Sfinge, così annunciò che avrebbe ceduto il trono e dato in moglie Giocasta a colui che avrebbe risolto l’enigma.

Per molti studiosi il capitolo della sfinge rappresenta la porzione più antica della narrazione; Domenico Comparetti, professore all’Università di Pisa, nel 1867 diede alle stampe un interessante libretto di mitologia comparata, nel quale provò efficacemente a contestare le teorie dello studioso francese Michel Bréal contenute nel saggio intitolato “Le Mythe d’Oedipe”. Per i più curiosi, l’ipotesi del francese intendeva ascrivere la figura di Edipo alla lunga schiera di divinità solari e, in aggiunta, si convinse che questo mito trovasse un parallelo nella tradizione induista dei Veda di Indra e Vritra. A detta di Michel Bréal, la sfinge rappresenta Vritra ed Edipo Indra: oltre alle consonanze etimologiche dei nomi greci ed indiani, il monte su cui si trova la sfinge si spiega con il duplice significato della lingua indiana che, con la stessa parola, identifica anche le nubi, ed è con ciò che l’enigma della sfinge si trasforma nel rombo misterioso del tuono, dato che: “La sfinge pronunzia delle parole che gli uomini non possono comprendere”.

La Sfinge di Asmara

In questo passo del racconto Edipo si imbatte nel mostro divoratore, e dopo aver cercato delle risposte nell’oracolo, si appresta ora a rispondere, risolvendo i quesiti proposti dalla Sfinge e sconfiggendola.
Nella tradizione greca la sfinge, simboleggia l’Enigma.
Gli “enigmi” nell’antichità erano tenuti in grande venerazione e si riteneva che la classe sacerdotale e dei maghi fossero i soli capaci di decifrarli attraverso opportuni riti e formule magiche.
Per noi questo passo della leggenda di Edipo sottolinea ancora una volta l’aspetto antieroico del protagonista, il quale non è eroe, ma è anzi in balia dei capricci degli dei che ne decretarono la sorte; non è mago, stregone o sacerdote.
Le qualità “normali” di Edipo si affilano nella sua intelligenza e ancor più lo elevano e lo rendono grande ai nostri occhi, tanto più e vessato dalle divinità. Nemmeno le imprese del Titano Prometeo uguagliano quelle di Edipo; benché siano più straordinarie, la natura semidivina di Prometeo suscita diffidenza e invidia nei comuni mortai, mentre Edipo assurge a “simbolo” dei finiti e dei vinti, che non lo furono a causa di una loro colpa, di un errore o di una mancanza.

Secondo Erodoto e Strabone, che si istruirono in Egitto e che furono iniziati ai misteri sacerdotali,la Sfinge, questa combinazione mostruosa di animali con un essere umano, custodisce il segreto dell’iniziato.
Agatarchide di Cnido, un altro storico greco meno noto, afferma invece che la sfinge fu importata dagli egizi dall’Etiopia.
Questo fatto, che potrebbe apparire poco significativo, per me è invece molto curioso, dato che nel corso delle mie ricerche mi è dato di imbattermi sempre più spesso nella regione del Corno d’Africa, che fu la Terra del mitico Regno di Punt, dal quale gli egizi importavano oro, incenso e persino i babbuini sacri al dio Thoth. Fu anche il luogo nel quale avvenne la genesi dell’uomo confermata dalle teorie evoluzionistiche, come dalle teorie sulla creazione degli schiavi sumerici chiamati Lullu, avvenuta per manipolazione genetica degli Anunnaki. In Etiopia troviamo antichissime tracce di cristianesimo e il simbolo del leone connota la stirpe di Giuda, incarnata dal re-profeta Aile Salassie… E ci sarebbe dell’altro che non abbiamo il tempo di elencare…

Purtroppo le testimonianze e i reperti sulle sfingi etiopiche sono quasi inesistenti, quello che ho potuto trovare nel corso della mia ricerca è la cosiddetta “Sfinge di Asmara”, datata dagli studiosi agli inizi del 500 a.C. La sfinge di Asmara è stata rinvenuta in un sito precedente alla civiltà axumita, nel quale si trovano anche grandi obelischi in pietra, pesanti tonnellate e molti dei quali raggiungono l’altezza di quindici metri. La curiosità di questo reperto è che la sfinge riprodotta ha sembianze femminili, come quella vinta da Edipo, al contrario della più nota e colossale rappresentazione maschile del faraone Chefren, posta a guardia della piana di Giza, sempre fidandoci dell’ortodossia archeologica.

Greca, etiopica o egizia che fosse, la sfinge divoratrice che dimorava sul monte della vicina città di Tebe, vide risolti i suoi enigmi da Edipo, perciò fu vinta e in preda alla rabbia si scagliò nella rupe uccidendosi.
Accovacciata sul monte Ficio, la creatura figlia di Tifone e di Echidna era un mostro con testa di donna, il corpo di leone, una coda di serpente e delle ali di rapace.
I genitori della Sfinge greca ancora una volta trovano un’analogia nell’Antico Egitto, con Seth e le dee serpente descritta nella Genesi di Hermopoli, chiamata Ogdoade, che in questo caso è troppo prolisso affrontare.
Ma vi basti sapere che la Sfinge aveva ereditato l’abitudine di mangiare gli uomini dalla madre Echidna, un mostro per metà donna e per metà serpente, che viveva rinchiusa in una caverna della Cilicia, nel paese degli Arimi. Una leggenda su Echidna racconta che sedusse Ercole e dall’unione nacquero dei figli, l’ultimo di questo, Scite, diede origine al popolo degli Sciti, dal ceppo dei quali derivarono i Sauromati; terribili guerrieri descritti da Plinio il Vecchio, che presero in mogli le Amazzoni, e che abitavano nella zona tra il Mar Nero ed il Mar Caspio. Descritti anche come dediti all’antropofagia e al culto dei metalli (dell’oro soprattutto, essi veneravano una spada d’oro chiamata Acinace), Plinio afferma che avevano gli occhi come le lucertole e questa caratteristica diede loro il nome. Sappiamo anche che i Sauromati contribuirono alla formazione della civiltà Kazara, che all’apice dell’espansione in Medio Oriente, serrati dalla stretta del Cristianesimo e dell’Islam, si convertì in massa alla religione ebraica.
Era forse anche questo un segreto custodito dalla Sfinge?

La Sfinge perseguitava la città di Tebe per punire re Laio che si macchiò dei crimini di rapimento, stupro e pederastia nei confronti del giovanetto Crisippo, figlio del re Pelope, monarca in grazia degli dei perché aveva istituito le Olimpiadi. Il povero Crisippo, abusato, per la vergogna si tolse la vita; e così la Sfinge, per punire Laio e il suo popolo, ad ogni passante, esponeva l’ enigma: «Qual è l’essere che cammina ora a quattro gambe, ora a due, ora a tre che, contrariamente alla legge generale, più gambe ha più mostra la propria debolezza?». La risposta esatta di Edipo all’indovinello fu l’uomo, perché esso cammina durante l’infanzia a quattro gambe, poi a due, e infine si appoggia ad un bastone nella vecchiaia.

Così Creonte, soddisfatto dell’impresa del giovane eroe, cedette il trono ad Edipo il quale sposò inconsapevolmente la propria vera madre, Giocasta. Dalla loro unione nacquero due maschi, Eteocle e Polinice, e due femmine, Antigone e Ismene; poi la peste si abbatté su Tebe, avverando la profezia nella sua interezza.
Edipo inviò Creonte a chiedere all’oracolo di Delfi la ragione di quel flagello.
Creonte ritornò riportando la risposta dell’oracolo: la peste sarebbe cessata soltanto se la morte di Laio fosse stata vendicata. L’ignaro Edipo pronunciò allora contro l’autore di quel delitto una maledizione – una condanna all’esilio – che finirà per rivolgersi contro lui stesso.
La tragedia volge al termine dopo alcuni fatti che condussero Edipo e Giocasta e i loro figli, a scoprire la verità. I figli furono maledetti da Edipo perché ne chiesero l’esilio, Giocasta si uccise impiccandosi, e come gran finale, Edipo si trafisse gli occhi con la spilla della moglie-madre, vagando da esule fino alla fine dei suoi giorni.

Si chiude il secondo cerchio della vicenda, e lo sfiancante peregrinare del vecchio e cieco Edipo ribadisce il significato del suo nome “Piede gonfio”.
Rendendo ciechi i propri occhi Edipo sigilla le porte della sua anima, affinché nessuno possa leggere i suoi segreti, e per evitare che questi affiorino involontariamente. Con questo atto, Edipo si trasforma egli stesso nella Sfinge. Edipo vagabondo ed eremita, percorre strade senza scegliere la destinazione e ignorando gli orizzonti che non può scorgere.
L’ultimo sguardo che Edipo getta sulla realtà e la visione consapevole del disegno divino. La sua intera esistenza è servita a questo scopo ed egli è solo l’attore, il burattino in scena manovrato da fili invisibili. Queste considerazioni hanno risvolti esoterici, se riferiamo i ruoli di Edipo e degli dei al piano della coscienza individuale e dell’anima superiore. Morto Edipo, sarà reciso quel legame che ha unito le due coscienze. Nella vita successiva, la coscienza superiore si servirà di un altro involucro umano per i suoi scopi, che non potrà serbare ricordo degli eventi passati, poiché non fu a lui che toccarono in sorte. In quanto a Edipo, egli sarebbe come tutti svanito come aggregazione psichica, forse dopo aver vagato per qualche tempo nei luoghi che gli provocarono gioia e dolore… ma in quanto eroe umano è stato salvato da altri uomini che si sono riconosciuti in lui, passandosi la storia nei racconti orali e che oggi è sigillata nel mito.


Seppure la vicenda ha un seguito, con “Edipo a Colono”, mi ha dato l’impressione che sia posticcia, pquasi a voler assecondare il gusto del pubblico, avvezzo fin dall’antichità a pretendere i “Lieto fine”.
Noi ci fermeremo qui.
Però sappiate che Edipo non terminò i suoi giorni con la morte, ma gli dei stabilirono -forse per tutte quel che gli avevan combinato – di trarlo in Cielo.
Edipo semplicemente sparì; ebbe la stessa sorte del profeta Enoch.

Il labile confine complottista tra l’ascensione, l’assunzione e l’adduzione di Edipo, spalanca i portoni delle congetture ufologiche, alle quali vi lascio.

Un saluto e alla prossima

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Written by Paolo Dolzan

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