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INTERVISTE IMPOSSIBILI – LA MORTE –

INTERVISTE IMPOSSIBILI: LA MORTE

INTERVISTATRICE:
Bentrovati ad un altro incontro con le interviste impossibili.
Oggi abbiamo con noi non un personaggio reale, un essere umano che concretamente ha vissuto sulla terra, ma un’essenza archetipica che da sempre ha il potere di spaventarci con le sue luttuose immagini.
Diamo il benvenuto a questa signora in nero, regina degli Inferi: la Morte.

MORTE:
perché mi chiami così? Il mio vero nome è immortalità, con il tempo abbreviato in morte. Ma questo è un nome che non mi piace perché non mi rappresenta o forse sì ma solo una parte di me, quella che gli uomini temono perché l’identificano con la fine di ogni cosa.
Io sono il Tao, quella porta che abbraccia due dimensioni, il finito e l’infinito, o meglio l’attimo finito nell’eternità infinita.
Sono la porta che trasporta, comporta e riporta, legame che lega e scollega.
Ma un tempo mi chiamavano Eternità e mi invocavano come qualcosa di insondabile e di meraviglioso, erigevano altari in mio nome, questo prima della grande catastrofe che inabissò Atlantide per colpa di quel fetente di Fetonte che rubò al padre il carro del sole e inesperto sfiorò la Terra: si infiammarono le montagne, si seccarono i fiumi e tutto diventò deserto, cambiò la geografia dell’Africa orientale e Atlantide fu sommersa nel mare.

INTERVISTATRICE:
Non mi aspettavo una dichiarazione di questo tipo, ciò che hai detto sollecita tante domande… spiegati meglio, intanto andiamo con ordine. Hai nominato Atlantide, ti riferisci a quell’antico leggendario continente di cui fa menzione Platone nel Timeo?

MORTE:
Esattamente, proprio quello, era quando gli uomini ancora camminavano con gli Dei. A quel tempo il mondo spirituale era visibile, e tutto era in continua trasformazione; non c’era fine né inizio ma solo l’eterno divenire. L’essenza delle cose vibrava cangiante ed inafferrabile, come ninfa che fugge nel bosco, libera e sfuggente alla forma che la insegue, plasticamente aperta e senza nome. Era come una polvere di frammenti in transizione, che protrae la parte senza definirla e nell’abbraccio mantiene l’origine lanciandola nella fine.
Io sono la metamorfosi senza contorni. Nel cambiamento non si depositano differenze, separazioni… solo il trascolorare progressivo del trapasso, un mutare oscuro perché inafferrabile, consegnato al permanere promiscuo dell’indifferenziato.

INTERVISTATRICE:
Cosa causò la fine di quel mondo?

MORTE:
Fu la frattura fra interiore ed esteriore, l’emergere dell’Io individuale dalla coscienza collettiva, questo fomentò un tale ribollire dell’inconscio che ingoiò nelle sue profondità tutto ciò che la coscienza nascente non era in grado di accogliere .

INTERVISTATRICE:
Non capisco spiegati meglio, che relazione c’è tra l’inabissamento di un continente e l’evoluzione dell’essere umano?

MORTE:
Ancora ricadi nel vecchio schema. Tu non fai attenzione a ciò che dico.
Non esiste fine né separazione se non nella vostra credenza, ma tutto ciò che tu credi reifichi perché tutto non è che la proiezione dei tuoi stati interiori.
Così fu allora, quella fattura fu determinante sia per l’essenza interiore che per la sua proiezione esterna.

INTERVISTATRICE:
Mi hai aperto un mondo, un mondo mitico; puoi dirmi com’era la vita su Atlantide?

MORTE:
A quel tempo nell’uomo non c’era ancora la separazione dei due emisferi celebrali; la parte razionale era sottoposta al pensiero intuitivo. L’essere umano era telepatico, comprendeva il linguaggio degli animali e percepiva gli spiriti della natura.
Astrea era la grande dea madre di ogni cosa. Era l’epoca delle grandi regine dai poteri divini da lei incorporate, come Cassiopea, Andromeda e delle donne guerriere che, dopo l’inabissamento del continente, si trasferirono nel paese di Punt e da lì una parte si insediò in Egitto. Parlo delle amazzoni come Mirina, regina del popolo dei nove archi, dalla corona a forma di avvoltoio, o Camilla che si batté contro i troiani per impedire la missione di Enea e la nascita di Roma, culla del futuro dilagante materialismo.

INTERVISTATRICE:
ma allora la morte come la intendiamo noi non esisteva?

MORTE:
Gli uomini a quel tempo avevano una vita molto lunga sebbene non eterna, ma conservavano la memoria della loro passata venuta sulla Terra e affrontavano il trapasso senza paura e privi di quella drammaticità che ora vi accomuna. Io invece sono lieve, leggera come un soffio… Sono la sorella gemella dell’arcano zero, Il Matto del mazzo dei tarocchi. L’avresti mai detto? Lo zero è uno stretto collo di clessidra fra l’infinito dei numeri positivi e l’infinito di quelli negativi e allo stesso modo io rappresento quel passaggio dalla vita materiale all’eternità spirituale. Lui percorre una strada senza meta, io sono quella strada, la cui meta resta celata nel mistero più profondo.
Insieme siamo il Puer e il Senex il duplice volto dell’archetipo.

INTERVISTATRICE:
Per noi la morte è un’immagine di tristezza perché associata al dolore della perdita di chi ti è caro, significa solitudine e paura dell’imponderabile magari anche di un giudizio divino, e qui la religione non ci aiuta.

MORTE:
Certamente, l’immagine di essere giudicati da un creatore che ha lasciato morire il proprio figlio in croce tra atroci sofferenze per redimere i peccati delle creature da lui stesso create imperfette e che egli già sapeva, nella sua infinita onniscienza, che gli avrebbero disubbidito per mangiare una mela offerta da un serpente parlante… effettivamente questo non vi aiuta.
Ma se posso dirvi… Voi vedete solo un corpo innapparenza senza vita perché rigido, cereo; questa è solo la sua immagine materiale, l’immagine della materia che lo compone. Ma cos’è la materia? È fatta di vuoto e allora il vuoto può morire? In lui c’è dinamismo, coerenza, vita.
La colpa è delle vostre false credenze che risalgono a quell’antica frattura nella quale si smarrì lo spirito delle cose. Da allora esse restarono senza vita, restarono lì nei loro limiti sempre più stretti come in una bara… Quella fu la vera morte, la morte dell’anima delle cose e della capacità dell’uomo di ritrovare la loro intrinseca connessione, la loro eidetica immagine poetica.

INTERVISTATRICE:
Pensi che noi potremmo ancora recuperare ciò che abbiamo perduto? Hai un consiglio da darci?

MORTE:
Solo l’amore potrà ancora salvare l’umanità. Perduto l’equilibrio delle cose con la loro intrinseca connessione, tutto appare discronico e, quando ogni cosa agisce in modo dissociato, è il caos, l’azzeramento dei vecchi modelli di sistemi di credenze condivise che hanno perso significato e creato l’atrofia dell’anima, senza il caos non può nascere nulla di nuovo.
Un vostro grande filosofo una volta disse che ci vuole un caos dentro per partorire una stella danzante…
Ed ecco che solo la morte, il grande azzeramento potrà ancora portare alla purezza, allo stato d’origine in cui tutto ancora sarà possibile.
Sciolti i vecchi legami da un forzato faticoso autorinnovamento la strada si aprirà all’autotrascendenza e, cos’è l’autotrascendenza se non l’amore?
Eros e Thanathos, amore e morte come il tao sono due lati di una stessa medaglia; l’amore è detto anche piccola morte perché nell’attimo estatico avviene il totale abbandono di sé per un’unione, la totale coincidenza con l’essere amato.
Allora cos’è la morte? Una via verso l’assoluto, la vera immortalità.
Io sono la porta che trasporta, riporta, comporta, legame che lega e scollega.
Pensami in questo modo

INTERVISTATRICE:
Non credo ci sia altro da aggiungere se non una personale riflessione interiore.
Salutiamo la morte.

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Written by Eleonora Fani

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