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INTERVISTE IMPOSSIBILI “SAFFO”

DAL 
COSMICO AL COSMETICO

SAFFO

INTERVISTATORE: Faremo ora un viaggio fantastico. Attraverso tempi e spazi remoti giungeremo in un luogo e in un tempo mai visitato da viaggiatore contemporaneo, un fremito d’ali ci spingerà verso oriente; lasceremo ora le anime di guerrieri tornare alla loro notte silenziosa, oltre le guerre della spada e del fuoco. Ci tuffiamo nell’argenteo incanto di un’isola greca, Lesbo, perla gettata nel blu profondo del mare, di biancore accecante si erge battuta dai venti, vestita di schiuma ad ogni fragore di risacca e su di essa, bianca come la luna è la poetessa Saffo.
Buon giorno, siamo giunti qui a Lesbo dal lontano futuro, ci siamo permessi di venire in questo incantato angolo di paradiso per conoscerla nel suo habitat naturale, questo per non snaturare e per condividere pienamente la sua ispirazione. Lei eccellenza, non so se il temine è appropriato, noi, nell’epoca da cui proveniamo abbiamo l’abitudine di nominare persone, cose, situazioni, funzioni.

SAFFO: Chiamami semplicemente Saffo.
Voi definite e così credete di ordinare. Magari così facendo pensate di impadronirvi dell’oggetto o della funzione a cui date un significato. Ma limitare non significa ridurre nel senso di semplificare, spesso è complicare, consegnare il senso ad una frammentazione di significati che lo snaturano perché lo distolgono dalla sua insita potenzialità creativa. Cioè non gli consentono di mantenersi aperto a tutte le forme possibili.

INTERVISTATORE: Confesso che sono un po’ intimidito, sei considerata la più grande poetessa di tutti i tempi, ma se preferisci mi rivolgerò a te semplicemente chiamandoti per nome. Ora, dicevo, sei considerata la più grande poetessa di tutti i tempi e gli antichi dicono che esisteva una tua raccolta di carmi divisa in ben nove libri. Di questa enorme produzione lirica ci sono giunti solo scarsi brani, quasi tutti incompiuti. Mi sai dire che fine ha fatto la maggior parte delle tue opere?

SAFFO: Distrutte. In parte per accidente in parte per follia.

INTERVISTATORE: Cosa intendi?

SAFFO: Con il rogo della biblioteca di Alessandria andò perduta la maggior parte del patrimonio letterario dell’umanità. Lì era conservata anche una copia ti tutto ciò che ho composto. Questa è stata una grande disgrazia… una disgrazia provocata deliberatamente ma qui non si voleva colpire me in particolare, il fine era quello di favorire un cambio radicale di paradigma eliminando tutto ciò che poteva ostacolare, rallentare o porre dei freni al nuovo pensiero nascente.

INTERVISTATORE: Questo per accidente…

SAFFO: Certamente, per follia intendo un passaggio più complesso, cercherò di essere più chiara ma il discorso qui è complicato da più motivazioni.
Il punto è la distruzione arbitraria e volontaria mirata alla mia produzione e non solo, alla mia immagine e infine alla mia persona che, siccome non fu possibile eliminare fisicamente, perché ciò avvenne nel corso di molti secoli dopo la mia esistenza, simularono addirittura un suicidio… follia!

INTERVISTATORE: Scusa, scusa… andiamo con ordine. Perché una tale persecuzione? Non mi sembra tu fossi interessata alla politica o ai giochi di potere del tuo tempo.

SAFFO: Beh, ci sono cose che vanno al di là della politica. Un paradigma si fonda su assiomi intoccabili perché sono i pilastri portanti, postulati indiscussi che vengono dati per scontati. Ho detto che ci sono più motivazioni, proverò ad indicartele. La prima è il mio essere donna, una donna libera che, nel mio tempo, ad una ragazza di rango era consentito; la seconda è essere una poetessa, e qui entriamo nel linguaggio poetico, la terza è una visione dell’amore che va oltre gli schemi restrittivi di una società patriarcale che cercava spazi e che a poco a poco si impose.
Fu criticato il mio modo di vivere e la mia libertà di decisione e di movimento ma, più di tutto, quella di idee; per la prima volta nella storia della letteratura io rappresentai l’erotismo femminile in seguito definito saffico in senso denigratorio che poi altro non era che un’espressione dell’eros legittima che faceva parte della normalità per la cultura greca del mio tempo.

INTERVISTATORE: Perché allora ti infangarono se tutto ciò era legittimo e normale?

SAFFO: Al mio tempo sì, ma dopo, con l’imporsi del pensiero giudaico-cristiano le cose cambiarono radicalmente, l’amore si rannuvolò d’ombra, emerse l’idea di colpa e di peccato.

INTERVISTATORE: Per questo sei passata alla storia come l’antesignana delle lesbiche. Ma per te qual è il rapporto tra sesso e amore?

SAFFO: Eros è la divinità del principio, essenzialmente indifferenziata, che viene rappresentata bisessuale ermafrodita. L’amore è senso di mancanza e desiderio di completezza nella unione complessiva e totalizzante con l’essere amato. Va oltre il corpo, anche se poi è attratto dalla sua bellezza come da un dolce richiamo, l’amore cerca la coincidenza con l’anima. L’amore contempla se stesso senza finalità. È sempre bello, è sempre puro, sublime perché porta alla sublimazione.
La vostra cultura confina l’eros nel tabù e lo orienta, finalizzandolo alla procreazione per la formazione del nucleo familiare e quindi all’ordine sociale; ma facendo questo lo inibi sce, ne toglie la spontaneità e ne limita la ricchezza.
La cultura ellenistica, che è la prosecuzione di quella greca più antica, lo legava alla religiosità tradizionale, lo viveva come rito di fecondità e celebrazione misterica, l’unione spirituale nello hieros gamos ma non separava l’eros eterosessuale da quello omosessuale. Con la diffusione della cultura giudaico-cristiana e più ancora con quella del cristianesimo che ne fu la naturale prosecuzione, le tematiche dell’erotismo vennero condannate, bollate dall’infamia del peccato ed escluse fino a far dimenticare la corretta comprensione della cultura antica. Io ebbi il compito di esaltare la bellezza dell’amore attraverso una forma poetica che fu tramandata. Con la forma passò anche il significato. Per questo fui emarginata, e fu distrutta gran parte della mia opera affinché più nulla fosse ricordato. Eros fu poi bandito con il politeismo, la mitologia e tutte le immagini legate agli Dei.

INTERVISTATORE: Ma parliamo ora di poesia. Tu sei una donna molto moderna, lo sai vero? Veramente al passo con i tempi, moderna non solo perché sei un’icona dell’amore gay ma soprattutto per il tuo modo di fare poesia. Con un balzo hai superato oltre 2500 anni di storia, di metriche pompose, enfatiche, infarcite di ampollosa retorica; poi hai sorvolato il romanticismo cogliendone le immagini tanto violente quanto ispirate per approdare a questa tua forma diciamo intimista priva però di ripiegamenti decadenti.
La tua è una lirica che riesce a fondere soggettività e natura, con grande sensibilità riesce a penetrare l’anima umana e descrivere la forza delle passioni. Dimmi, come è possibile saltare 2500 anni di storia?

SAFFO: Di nuovo mi fai una domanda complessa, vuoi proprio mettermi in difficoltà… oh per Afrodite! Da dove cominciamo? Io mi ritengo forse l’ultimo poeta della linea magica — matriarcale. Anticamente, fin dall’età paleolitica, nel Mediterraneo e nell’Europa meridionale la poesia era la lingua magica usata dalle sacerdotesse nelle cerimonie religiose in onore della dea luna cioè della musa; è lo stesso linguaggio poetico usato nella poesia di oggi ma senza il significato di allora e il ricordo della sua funzione.
Questo tipo di linguaggio era patrimonio dei Dravìdi, un popolo proveniente dall’India che in varie migrazioni si spinse a Nord per dar vita alla prima civiltà greca orientale di cui l’isola di Minosse fu la sede principale. La lingua e la cultura dravidica si estese in tutta la Grecia e nel sudovest dell’Anatolia. Essa fu poi manomessa alla fine dell’epoca minoica allorché invasori provenienti dall’Asia centrale cominciarono a sostituire alle istituzioni matrilineari quelle patrilineari, rimodellandone i miti per giustificare il diverso orientamento.
L’istituzione rivoluzionaria della paternità istituì la monogamia che sostituì i matrimoni di gruppo quando tutte le donne di una società totemica si univano con gli uomini di un’altra.
La discendenza era matrilineare in quanto certa, mentre quella del padre, incerta, era quindi irrilevante.
Da questo ne seguì un profondo cambiamento sociale, il ruolo della donna venne sempre più oscurato e l’uomo ne assunse la funzione e le pratiche della sacralità a cui prima non poteva accedere e infine si dichiarò capo famiglia.
Questa trasformazione coincise con la nascita del culto olimpico.
Fin dal principio la poesia era patrimonio femminile; apparteneva alle Muse che erano tre, espanse poi in tre triadi e quindi nove; erano le sacerdotesse della triplice dea luna che avevano sede sull’Elicona in Beozia, esse in seguito di trasferirono da qui sul Parnaso a Delfi. Col cambiamento di paradigma Apollo divenne il detentore dell’arte poetica e il clero che lo appoggiava sfruttò ciò per indebolire il potere matriarcale attraverso la sua frammentazione.
Apollo fu posto come loro guida anche se all’inizio non pretendeva di ispirare la poesia essendo solo un demone, alla fine si proclamò Dio del sole e le nove muse diventarono semplici dame di compagnia esautorate dalle loro funzioni che vennero date a divinità maschili. Così la poesia, da libero canto estatico, modulata ispirazione dell’anima divenne sempre più abilità tecnica, l’ispirazione venne controllata e, imprigionata in rigidi schemi, si trasformò quindi in sublime esecuzione accademica. La mia vita e tutto il mio essere era contenuto nell’abbraccio femminile, poi si incrinò il limpido cristallo del mio cielo e si aprì sull’abisso: i tempi erano finiti.
Allora cercai in quegli abissi senza fondo, tra le ombre del passato, una bolla di sogno che ancora mi sostenesse e, in quel vascello fluttuante solcai il mare della temporalità.

INTERVISTATORE: Non capisco il senso del tuo discorso, tu non stai rispondendo
alla mia domanda…

SAFFO: e invece sì. Io ero ancora parte di quella società arcaica in cui la donna era padrona del suo destino e non dipendeva dall’uomo. Ero maestra e sacerdotessa di un tiasmo, una comunità sociorituale di fanciulle di buona famiglia. La loro educazione prevedeva tra le altre cose anche l’iniziazione all’amore e al sesso. L’amore omosessuale come ti ho già detto non era scandaloso ma un completamento all’amore eterosessuale.
Specchio della mia vita era la poesia, la mia poesia è erotica, passionale, libera come il vento, fragorosa come liquida cascata, delicata come carezzevoli ali di farfalla. Non ha freni ne confini e mal si adatta ai rigidi schemi apollinei; piuttosto è l’estatica essenza dionisiaca che spinge la zoè, quella proliferazione incessante che, senza argini invade, pervade, penetra, striscia, trapassa ogni forma, scorre nella linfa vegetale come nel sangue che infiamma di passione. Questa è l’essenza della mia poesia e la sua attualità consiste proprio nel non aver voluto assorbire l’elemento apollineo, nell’esserne rimasta fuori.
Panta rei, tutto ritorna… ciclicamente. Il divenire come la storia non procede su una linea retta, va e ritorna… è la forma del frattale che contiene se stesso nell’infinita sincronica riproduzione, la forma della spirale che dalla conchiglia si riflette nel volo dei venti fino al giro delle galassie. Panta rei, tutto va e ritorna. Io, abbracciata al passato sono nel cuore del divenire.
Non ho percorso tutta la cintura temporale, non ho percorso il lungo cammino dell’orizzonte, ma ho trovato una fenditura, un varco, un passaggio verticale e mi sono trovata alla fine di ciò che era l’inizio e all’inizio di quel che sembrava la fine, su una bolla di sogno, onirico vascello ho attraversato il fiume del tempo.

INTERVISTATORE: Rispondi ma non ti spieghi. Quello che dici è bello, poetico, ma non trovo il senso.

SAFFO: Eppure la fisica di oggi vi parla di tempo relativo e vi dice che lo spazio è ‘un’illusione; avete la teoria dei quanti, ci sono scorciatoie temporali come i buchi neri, la teoria delle stringhe…
tutte cose che sapete ma fate finta di niente perché il vostro mondo attuale, ben radicato nelle sue certezze non vuole intromissioni. Ammettere questo significherebbe minare i pilastri di un modello che si regge sulle ferree leggi della concretezza del realismo; significherebbe mettere in dubbio le basi di una scienza fondata sulla sperimentazione, sul pensiero logico razionale e sulla legge causa effetto.
Voi non riuscite nemmeno a vedere l’assurda vigliaccheria che vi circonda. Siete ciechi, perché l’occhio vede solo quello che gli è consentito vedere, i sensi che si sono sviluppati per un certo tipo di mondo ora non sanno vedere che quel mondo.
Non rimpiango nulla, ho vissuto una vita intensa, lunga, poi il 28 maggio 585 a.C. ho iniziato il mio viaggio di ritorno.

INTERVISTATORE: Si dice che ti sei buttata giù da una rupe per amore di un uomo

SAFFO: (Risata) Neanche per sogno! Questa è un’infamia detta per infangare la mia memoria e insieme il tentativo di redimere la mia omosessualità perché ero l’evidenza di un pensiero che si voleva dissacrare. Sono morta nel mio letto quando la mia vita era ormai esaurita. Sono morta il 28 maggio 585 durante quella famosa eclisse di sole che Talete aveva previsto. Per voi oggi è la prima data storica conosciuta con precisione utilizzata accanto alle prime Olimpiadi e alla fondazione di Roma come cardine delle datazioni. Quell’evento astronomico segnò la reale fine di un’epoca e l’inizio di quella successiva.
Io mi trovai lì, nel sottile collo di clessidra, un focus stretto tra due titani, il cosmo da un lato, nella sua accezione greca di sistema esteticamente funzionale, armonico; e dall’altro la sua traduzione latina di universo, unus verto che significa modello convergente, il mondo che gira intorno all’uno, un mondo che predilige l’utilità alla bellezza, un mondo al servizio dell’utilità che riduce il bello al dilettevole mantenendolo sul piano della vacuità.
Il cosmo ridiventa patrimonio femminile solo nell’unica concessione consentitagli, quella di cosmetica. Io sono lì, e lì rimango in quella forma di antica modernità, fuori da ogni schema temporale, ferma nel suo occhio contrattivo l’occhio obliquo di Afrodite.

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Written by Eleonora Fani

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