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L’astronomo di Palenque: il bluff dell’ astronauta.

Visione verticale, l’unica possibile.

L’astronauta di Palenque, chi non l’hai mai sentito dire? Questa è la storia di come un falso d’autore ha praticamente dato il nome a una delle teorie più controverse di questi ultimi tempi : “La teoria degli antichi astronauti”.

Questa farsa dura da almeno da quarant’anni, da quando per la prima volta lo scrittore Erik Von Daniken riportò la sua, erratissima, interpretazione con ” The chariot of the God’s”. Per fortuna ne seguì una seconda di teoria, una sorta di discesa nel mondo degli inferi che il grande Re Pakal si appresta a fare attaccato sotto quel che altri hanno ipotizzato sia una specie di albero della vita. Anche questa interpretazione, meno fantasiosa dell’astronauta, a mio avviso non è corretta guardando il quadro più ampio con tutto ciò che sappiamo del mondo Maya. La mia interpretazione dell’astronomo nasce per caso vedendo la posizione di Re Pakal simile a quella di Edwin Hubble mentre guarda le stelle all’interno di un osservatorio astronomico, e da lì, come vedremo passo dopo passo, ogni cosa sembra aver trovato la sua giusta collocazione. Partiamo dall’inizio.

La lastra raffigurante il grande Re K’inich Janaab’ Pakal si trova nella città stato Maya di Palenque ( Messico) ed è il coperchio del suo sarcofago trovato nel 1952 dall’esploratore archeologo Armando Ruiz. Pakal divenne Re nel 615 a soli dodici anni e regnò per sessantotto anni, portando la città ai suoi massimi splendori. Quando morì all’incredibile età di 80 anni, suo figlio e futuro Re di Palenque, fece costruire una piramide sopra alla sua tomba, conosciuta come la ” Piramide delle iscrizioni”.

Come si osserva la lastra.

Il primo grande errore è stato mostrare la lastra in posizione orizzontale, portando l’osservatore a guardare dall’inizio una prospettiva sbagliata, e su particolari oltretutto inesistenti. Come va osservata è lo stesso artista che ce lo indica, smussando gli angoli della cornice nella superiore, inserendo la figura in una sorta di quadro o finestra (cerchi gialli). Secondo elemento che solo in verticale si può osservare è l’uccello sacro dei Maya, il Quetzal, posizionato in cima alla croce con due figure appese alle estremità, il sole e la luna (cerchio blu). Saltando la parte centrale di Pakal che vedremo nello specifico dopo, un’altra figura centrale dell’equivoco astronauta è il sedile del Re, pezzo forte di questo fantomatico razzo che, se visto in verticale, assume la sua vera identità. Un trono raffigurante la testa di un felino.

Soprattutto su questo sedile cade tutta la teoria dell’astronauta, basata principalmente su ipotetiche fiamme che uscirebbero dalla parte posteriore, ovviamente se vista in orizzontale. Ora, capisco che non siamo nel rinascimento con Raffaello o Leonardo da Vinci, ma che questa sia una testa, anche se non se non realistica ,penso si veda bene. Osservando la foto sopra evidenziata con alcuni colori, si possono percepire in alto al centro già gli occhi, e subito sotto il naso a tartufo e una possente dentatura con due grandi zanne che stringono un osso. Notare anche come l’artista ha disegnato poco sopra la bocca i baffi e due grandi ciuffi evidenziati in verde, e ovviamente non poteva mancare un’imponente criniera o peluria che sia, fatta di tante piccole ciocche. Anche qui, confondere una testa con il motore di un razzo che sprigiona fiamme libere mi sembra un po’ pretestuoso oltre che fuori da ogni logica. Altro dettaglio interessante è che questo trono, rappresentato con teschio zanne e ossa, è visibile in molti altri rilievi e sculture, come ad esempio all’inizio della scalinata della piramide delle iscrizioni, stesso teschio e un grande osso che stringe tra le zanne.

Pakal e il suo telescopio.

La foto che suguirà sotto è la parte più importante di tutta la lastra del sarcofago: Re Pakal seduto sul suo trono mentre osserva il cielo.

Come abbiamo visto nel primo collage insieme all’astronomo Hubble, Pakal è seduto esattamente come lui, in una posizione reclinata adatta per guardare verso l’alto, e ,come in qualsiasi telescopio moderno, accosta l’occhio su quel che sembra esattamente un oculare, un otturatore, portando l’occhio in linea ad esso cercando una migliore inquadratura. Con le mani Pakal addirittura compie gli stessi movimenti identici di Hubble, mano destra in alto che afferra qualcosa o cerca l’inquadratura, e la mano sinistra rivolta verso il basso, forse per mettere a zoom o a fuoco. Una somiglianza di gesti impressionante, come si vede nel secondo collage sopra. Ma il pezzo forte che mi ha dato sempre la certezza di essere nel giusto, è la parte finale in alto dello strumento, il ritratto spiccicato del profilo di Re Pakal. Questa non è una coccarda di abbellimento, ma è la scena centrale di un’immagine in movimento dove si vede un uomo intento a guardare dentro una specie di mirino e maneggiare uno strumento, e in alto il suo profilo che scruta l’orizzonte, non c’è scena migliore per far capire allo spettatore che chi sta guardando sotto è lo stesso che scruta in alto. E cos’è per definizione un arnese/oggetto, che si usa per l’osservazione del cielo? Un razzo? Un albero della vita? Dato per certo che non ci sono razzi a Palenque, e come stiamo per vedere questa non è l’unica rappresentazione di questo oggetto particolare, quella del telescopio alla fine rimarrà l’unica spiegazione plausibile, possibile e veritiera, di fronte alle tante evidenze a supporto di questa tesi. Non dobbiamo immaginarci un telescopio moderno con all’interno sofisticate lenti di ingrandimento, ma più un arnese per isolare poche porzioni di cielo. Sono stati trovati specchi di ossidiana nera in tutte le culture mesoamericane, specie tra i Maya e gli Aztechi, specchi perfettamente levigati e di una lucentezza incredibile, capaci di poter riflettere, se posizionati in un tubo cilindrico, piccole porzioni di cielo, così da potersi concentrare su un solo corpo celeste senza il disturbo continuo della luce tremolante di altre stelle. Coincidenza molti di questi specchi hanno una forma tonda e un foro a un’estremità per afferrarlo se si desidera sfilarlo dal tubo cilindrico dove è stato collocato.

Le altre rappresentazioni.

Una cosa che non spiegano mai i fautori delle altre due interpretazioni, sia per l’astronomo che per l’albero, è il fatto che non spiegano né mostrano mai le altre tre raffigurazioni di questo oggetto a forma di croce.

Se davvero fosse stato un razzo quello riprodotto sulla lastra di Pakal, a Palenque si potrebbe parlare del primo spazio porto della storia visto i tanti modelli a disposizione. E per quanto riguarda la discesa di Pakal nel mondo dei morti vale la stessa legge, ma se quello è un albero della vita, nelle altre rappresentazioni è sempre un albero o basta solo non nominarlo? In un glifo c’è la croce/telescopio con accanto due figure in piedi, una delle quali avvicina una offerta di cibo al Quetzal in cima alla sommità. Nessuno si sognerebbe mai di dire che è la scena di qualcuno che scende nel regno dei morti, o che quello sia un albero della vita. Stessa cosa per il secondo glifo, sempre due persone accanto, ma questa volta invece che un’offerta sembra che si voglia bendare il Quetzal con una stoffa, e nel terzo glifo c’è solo l’oggetto e il Quetzal sempre in piedi sulla cima. Parlare di razzi e di alberi, conoscendo tutto il resto delle informazioni, comincia a sembrare un poco riduttivo. E’ sempre grazie agli altri glifi che possiamo consolidare la tesi dell’astronomo, confrontando proprio il Quetzal onnipresente nei quattro glifi.

Il primo in alto a sinistra è l’ingrandimento della lastra di Pakal, con il Quetzal appoggiato alla parte finale dello strumento, e come vedete solo in quello c’è il profilo di chi sta guardando sotto, non è un’effige, nelle altre non c’è perché non c’è mai nessuno a guardare sotto. Anzi, nelle altre sembra esserci proprio un tappo, chiuso se non si usa lo strumento e aperto con il profilo di chi lo sta usando osservando da sotto. E non è un caso nemmeno che sia il Quetzal alla sommità di questi glifi, esso è associato a Venere, la prima stella del mattino e il pianeta più caro ai Maya. Pianeta di cui i Maya hanno misurato ogni movimento per migliaia di anni, con misurazioni riportate sui pochi scritti arrivati a noi, come il “Codex Dresda”, un trattato di astronomia da far impallidire gli astronomi contemporanei dell’occidente. E ovviamente tutti i movimenti e misurazioni degli altri pianeti, Giove e Saturno in primis, oltre che l’incredibili misurazioni del Sole e della Luna, capaci di predire eclissi e solstizi con una precisione imbarazzante per quei tempi. Sole e Luna che guarda caso troviamo appesi ai lati del Quetzal solo nella lastra di Pakal, così se facciamo finta che quello sia un astronomo abbiamo i tre riferimenti più importanti da osservare per un Maya: Venere, Sole e Luna. Alla luce di queste poche informazioni raccolte fino ad ora, tra un astronauta e uno che scende nel regno dei morti non saprei quale scegliere. Sotto, giusto per mettere una pietra tombale sull’ipotesi astronauta, vi mostro come, sempre grazie ad un quadro più ampio, è assurdo considerare il sedile di Pakal un razzo a propulsione di chissà quale tipo. I Maya non avevano modelli unici da replicare, e disegnavano le stesse forme e figure in pose e dettagli diversi, ma comunque si distingue la figura della divinità della terra, con occhi naso e bocca. Io non vedo motori e fiamme, e se togliamo le fiamme togliamo il 99% dell’interpretazione.

Il contesto geografico.

Se c’è una cosa su cui siamo tutti siamo d’accordo, è che i Maya erano grandi conoscitori del cosmo, astronomi in grado di calcolare minuziosamente le eclissi solari e lunari, nonché fasi retrograde dei pianeti come Giove e Saturno. Quindi quale meglior contesto per inserire la figura dell’astronomo di Palenque? La piramide delle iscrizioni, tomba del Re Pakal, è posta accanto al “El Palacio”, palazzo cerimoniale composto da diverse strutture con molte stanze per i sacerdoti, e in un angolo c’è uno dei due osservatori astronomici più importanti e conosciuti di tutta la civiltà Maya, un edificio fatto a torre di diversi piani, e finestre a ogni lato in modo da osservare tutto l’orizzonte. L’altro è l’osservatorio astronomico di Chichen-Itzà, con il nome di “El Caracol”, osservatorio incredibilmente identico ai nostri osservatori astronomici odierni, con cupola e le solite finestre per osservare l’orizzonte.

Se è come sostengono alcuni che i Maya osservavano il cielo e le stelle a occhio nudo solo alzando lo sguardo in alto, perché realizzare queste opere immense , con uno sforzo incredibile di risorse umane e una gran quantità di tempo per la realizzazione, se bastava sdraiarsi su un tetto e guardare le stelle?

God K e la discendenza divina.

Come se tutto questo non bastasse per identificare la figura di Pakal con un astronomo, i governanti Maya del periodo classico spesso rivendicavano lo status divino collegando i regnanti agli eventi astronomici. Pakal è chiamato anche God K per la sua discendenza con il Dio K’awiil, divinità dei fulmini, della guerra e del mais, raffigurato sempre in una forma antropomorfa e con un sigaro fumante che spunta dalla fronte, e una ascia fiammeggiante che emerge dalla sua capigliatura come segno che è divino. Molti studi, in base a glifi e codici Maya, sostengono che il dio K, o K’awiil, rappresenti il ​​pianeta Giove nel momento del suo moto retrogrado.

Conclusione

La mia interpretazione non nega la presenza di mezzi volanti nell’antichità, qui nessun vuole mettere in dubbio la teoria degli antichi astronauti, ma nemmeno far passare uno dei più grandi sovrani della storia Maya come un pazzo che va svolazzando nella giungla senza neanche avere un vero motore con fiamme. La mia analisi vuole offrire solo un’altra visione della storia, a mio avviso molto più plausibile e inserita in contesto complicatissimo come quello della civiltà Maya. Nel corso degli anni si sono date molte interpretazioni a questo glifo sulla lastra di Re Pakal, e questo è dovuto alle molteplici figure rappresentate insieme all’astronomo, arte quella dei Maya di dare svariati punti di vista all’osservatore, ma spero che l’astronomo di Palenque sia la più convincente che avete letto sino ad ora.

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Written by Luca Zampi

Appassionato da sempre dalle antiche civiltà del nostro passato, oggi in cerca di prove su una possibile origine comune, una civiltà globale che ha lasciato traccia di sé attraverso costruzioni megalitiche, reperti antichi con le stesse lavorazioni dei materiali, miti e leggende varie. Una visione alternativa della nostra storia attraverso l'analisi dei fatti , documenti e comparazioni fotografiche in grado di far luce ai tanti tabù e misteri che circondano queste antiche civiltà sparse per il mondo.

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