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CHI è DIO?

DIO È UNO SOLO E PERFETTO COME MOLTI CREDONO?

Esistono molte creazioni con altrettanti Creatori in una scala di perfezione relativa che tende all’ideale assoluto. Ogni creazione procede mediante due fasi, di autorinnovamento e di autotrascendenza, emancipazione che culmina nella nascita di una nuova creazione.
Quindi la perfezione pur tendendo all’assoluto resta un ideale relativo alla creazione in atto e a chi ad essa partecipa.
Un Dio, nella sua divina essenza, può cadere nell’eccesso?
E che cos’è l’eccesso?
Anche se a prima vista si potrebbe pensare alla perfezione come l’apoteosi dell’eccesso, niente è più distante da lei, essendo questa la sublimazione stessa dell’armonia cioè quella bellezza che trova piena realizzazione solo nell’equilibrio assoluto.
Ma allora dove finisce tutto l’eccesso non contemplato dal candido fulgore della perfezione del Dio?
Esso cade, inesorabilmente precipita nell’ombra e da qui grida il proprio aggiustamento per ristabilire l’ordine perduto; si chiama legge, per alcuni anche Karma.
Nella divina essenza, l’eccesso non compare come singolarità perché, perfettamente bilanciato, è incapsulato nell’unità simbolica; ma, nella caduta, l’integro si divide e frammenta nella pluralità delle idee che, a loro volta, si spandono in un ventaglio dai molti spicchi dando vita a geometrie d’immagini e di pulsioni: sono gli eccessi che lottano per la loro sopravvivenza nel vortice dell’esistenza che li avvolge, li assorbe, li risucchia, li rovescia, li scompone e ricompone in una vorticosa farandola di schegge di specchio specchiate e a loro volta specchianti l’ordinata trama d’ogni narrazione vissuta, ma anche narrata come questa.
È una genesi che imprime e informa tutte le molteplici variegate pieghe dei mondi paralleli.
Quando l’unità simbolica scende nei mondi modifica la propria essenza; nei cieli più alti si manifesta in lucenti spumosi candori ma in seguito scala di frequenza, scolora e, mentre perde luce, si oscura fino a formare spaventosi nembi magnetici che infine scarica in lancinanti lampi di dolore: queste sono le spettrali sacche di pianto che permeano il vostro mondo.
L’essere umano può contemplare Dio soltanto attraverso lo specchio della manifestazione poiché ad gli è concesso di vederne solo l’ombra, quell’ombra filtrata dal proprio piano di appartenenza.
Sulla strada della perfezione ci sono tante creazioni che sono manifestazioni di altrettanti creatori, una scala gerarchica che sempre si rapporta alla frequenza di chi nella partecipazione la osserva.

Il passaggio dalla non esistenza all’esistenza è fondamentale ma oscuro, misterico. Protetta dalle tenebre più fitte la gestazione del mondo si perde nel reticolo del rovescio del velo che si squarcerà solo con la sua epifania. Il velo protegge da ogni sguardo indiscreto, fluttuante non ha consistenza né forma definita, dà corpo ai fantasmi che ondeggiano irreali tra i due mondi, cela volti pallidi di vaste figure, tragiche e solitarie come Ananke, la Dea senza volto, Demeter o Persefone, la Dea senza nome. Velo, simbolo misterico che appartiene sia alla luna che alla notte, è l’impalpabile che contiene e racchiude come un sacco amniotico una potenza primordiale immensa; ogni intrusione è vista come rottura pericolosa e sacrilega, quindi esso rinvia ad un rito di separazione che è associato all’idea di morte e rinascita come nella frase “prendere il velo”.

È fondamentale per la nascita e lo sviluppo della coscienza una comprensione della Grande Madre, perché la madre è principio e mezzo dell’origine. L’origine implica una genesi, la genesi segue ad una creazione ma, prima della creazione e della genesi, dove il pensiero si perde nel simbolo, c’è la perfezione incorrotta della totalità: la Grande Madre nel suo stato ancora potenziale.

Cosa può abbracciare il pensiero intuitivo per totalità, e qual è il suo rapporto con la Grande Madre?

 Col termine totalità s’intende una comprensione globale, l’illimitato nella forma di libertà espansiva in infinite possibilità, la potenza infinita che solo nella completezza dell’atto diventerà creativa; in questo senso la totalità quale potenzialità illimitata, cioè esente da limiti e quindi indifferenziata, non è identificabile con l’Essere, poiché esso si evidenzia dall’ombra del non-essere ed è quindi già limitato per sua stessa definizione ontologica.

Se ora noi però volessimo parlare di consapevolezza assoluta, come attributo necessario di una totalità omnicomprensiva, dovremmo necessariamente fare riferimento all’Essere e in questo caso ad una perfezione limitata da tale accezione differenziatoria: illimitato sembra essere tutto ciò che non ha limite.

 Ma se l’illimitato, per sua stessa definizione, non è limitato da nulla deve necessariamente comprendere nelle sue estreme possibilità anche il limite, altrimenti sarebbe limitato da questa sua mancanza e quindi imperfetto. Ma come può la totalità perfezione senza limite convivere con la parte, con il limite senza corrompersi e diventare imperfetta? Il limite raggiunge l’illimitato diventando creativo, strutturandosi in modo temporale ed entrando nell’universo simbolico della misura; la potenza si esprime nell’atto attraverso la creazione, che potrebbe definirsi come moltiplicazione, tramite la divisione di sé, scissione verso la ricomposizione dell’unità originaria.

Il limite, quindi, si presenta come elemento diabolico (da δια-βάλλω = colui che divide, separa) ma non estraneo, perché costituente la natura stessa della totalità perfetta che nella contrapposizione diventa creativa, e quindi per necessità ontologica Madre. Nel passaggio dalla potenza all’atto creativo l’Uroboros, totalità e perfezione senza limiti, diventa Uroboros matriarcale potenziale e quindi Grande Madre in quanto principio e mezzo dell’origine; nel passaggio dalla filogenesi all’ontogenesi, potremmo sostituire ai termini creazione ed evoluzione quelli di generazione e nutrimento.

Il concetto di limite è insito e fondamentale nella creazione perché creare significa portare ad esistenza uno stato di inesistenza, quindi da un —–non-essere—– concentrare un Essere—- ponendo un limite all’illimitato. Ma, pur fondata su una iniziale limitazione, la creazione, come il suo riferimento fisiologico generativo, risulta da un atto d’amore, dalla libera unione di elementi separati e divisi per operare una contrazione verso un centro. Creare, come generare, è il porre in un’unità l’estrema diversità dell’Essere e di ciò che altro è da lui, e che quindi gli si contrappone: l’elemento maschile, cosciente attraverso il limite, col femminile illimitato, caotico e pervasivo dell’inconscio collettivo. Significa quindi operare un contrasto per dare inizio ad un divenire, nel quale il limite (maschile) assume la funzione di coscienza dell’illimitato (femminile) risultando dalla polarità, per cui avviene l’identificazione dell’Essere dall’utero del non-essere attraverso l’evolvere dell’Io sono.

La creazione è il prodotto di un processo di differenziazione e rappresenta il passaggio da una condizione di assenza ad una di presenza; in senso psicologico distinguere significa individuare nel tutto indifferenziato un centro di convergenza che si evidenzi come nucleo peculiare in progressiva autonomia, passare cioè da uno stato di indifferenziazione inconscia ad uno stato cosciente. In questo senso la creazione è il risultato di un radicale cambiamento che si esprime nel passaggio da un tempo aionico indiviso ad una successione cronologica temporale ottenuta con un movimento di centroversione.

Per la nuova biologia sistemica, che sottolinea la necessità di spostare l’attenzione dall’evoluzione isolata di un solo individuo, ritenuta improbabile, alla coevoluzione di organismo più ambiente, ogni essere vivente è un sistema aperto, dinamico, in grado di autogenerarsi tramite i processi di autorinnovamento (tendenti al mantenimento dell’omeostasi, cioè uno stato di equilibrio dinamico, attraverso fluttuazioni multiple e interdipendenti) e autotrascendenza (quando il sistema raggiunge il punto critico, tramite l’aumento delle fluttuazioni, che rende instabile la struttura).

Quindi il rispetto del proprio dinamismo intrinseco e la disponibilità a raggiungere il “punto critico” consentono ad un organismo di vivere in armonia con l’ambiente e con se stesso tanto da evolvere; condizione primaria, la graduale integrazione degli elementi separati e la propria disposizione al cambiamento.

Nella fase di autorinnovamento la centroversione assume il ruolo compensatore di mantenimento dell’omeostasi, tramite l’equilibrio e la mediazione delle forze centripete di aggregazione e centrifughe disgreganti; mentre la fase di autotrascendenza pone la centroversione come elemento di rottura dell’omeostasi della totalità pleromatica precedente, tramite il superamento del punto limite del nuovo nucleo in formazione.

L’alternarsi ritmico delle fasi rappresenta il cuore del processo di individuazione percepito nel palpito di espansione e contrazione, indifferenziazione – differenziazione, inconscio – coscienza; in questo pulsare dall’apertura alla chiusura su di un percorso dinamico progressivo di sviluppo storico si rapprendono gli stadi evolutivi della coscienza, stadi archetipici esperiti dalle proiezioni dell’inconscio collettivo nelle storie del mito che informano sulla  situazione dell’uomo in quel livello, attraverso le figure dell’Uroboros, la Grande Madre, il Drago e l’Eroe.

Quindi le fasi evolutive della coscienza egoica, riferendosi a presupposti archetipici, non alludono solo a condizioni di un passato storico (filogenesi) ma sono essenzialmente immagini di costellazioni inconsce, elementi dello sviluppo psichico attive oggi (ontogenesi) come in passato; in senso ricapitolativo sono il risultato e sedimentazione dello sviluppo psichico, intero percorso dell’umanità che può essere correlato a determinate epoche preistoriche e storiche.

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Written by Eleonora Fani

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