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MAMMONA

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Oggi parliamo della ricchezza riferita al possesso, che ormai ha scalzato tutti gli altri valori, anche quelli primari, e se il vociare sparso degli illusi e degli orbi dice che questo non è vero, puntando il dito a indicare le opere di bene, guardiamoci più attentamente attorno, magari anche in modo cinico, pur di capire che la leva della società è il denaro, è che questo è uno strumento che ha costruito un sistema dai meccanismi ingiusti, profondamente distruttivi che ci condurranno presto all’annichilimento.

Appare spiazzante constatare che non esiste una esplicita tradizione riferita al denaro nella mitografia dei popoli antichi. In parte ciò può essere spiegato da una diversa struttura dell’economia, quando il nostro cercare si spinge in epoche talmente remote o in società semplici che basavano le relazioni commerciali sul baratto, ma in altri casi, il motivo è che gli antichi avevano un concetto di “ricchezza” diverso e senza dubbio più nobile del nostro, dato che la ricchezza “materiale” procurata dal denaro e riferita alla quantità di beni posseduti era subordinata alla ricchezza “morale, spirituale e culturale”, in senso sociale.

Nell’antica Grecia, si credeva che fare soldi fosse molto più facile che guadagnare un buon nome e fama. Prima che la Grecia diventasse uno stato economicamente sviluppato, la priorità era data alle aree non materiali: medicina, filosofia, scienza e culto del corpo. Ma soprattutto, la ricchezza in funzione del potere era subordinata alla conoscenza.

Non che questo fatto oggi sia meno vero, ma semplicemente sono forse troppo poche le persone consapevoli di ciò.

Il disprezzo degli antichi per la ricchezza economica fine a sé stessa si evince soprattutto dalla tradizione e dalla letteratura greca. Ciò è ben narrato dalla vicenda che ha come protagonista il celebre Re Mida, il quale grazie a Dioniso, esaudisce il suo desiderio di trasformare ogni sostanza in oro attraverso il tocco – facoltà magica della quale Mida si pentirà ben presto amaramente – o come quando, in un’altra occasione, il suo spirito non sufficientemente affinato nel giudizio delle arti gli procura la punizione di Apollo, che gli fa crescere in testa un gran paio di orecchie d’asino.

Solo con il trascorrere dei secoli o in determinati contesti religiosi, come vedremo, si profilano culti o miti che esprimono la ricchezza materiale, sostanziata dall’oro. Per tutti gli altri casi, il concetto di ricchezza è posto oltre la sua funzione strumentale, ed è riferito all’abbondanza e alla fertilità, e non mancano i casi nei quali il dio che esprime questi valori, possiede anche un’ulteriore presenza più profonda e oscura.

 

Nella fase tarda dell’antico Egitto, cioè in età Tolemaica (intorno al IV secolo a.C.), dalla città di Alessandria si diffonde rapidamente un culto nel quale confluisce anche la cultura greca e che poi diventerà assai popolare anche presso il mondo romano. Parliamo del culto dedicato a Serapide, ch’ebbe origine forse in Babilonia, oppure fu propriamente egizio, come forma derivata del culto di Osiride-Api. I sostenitori dell’origine babilonese si basano sui racconti di Tacito e di Plutarco che rintracciano le prime forme di culto nella città assira ellenizzata di Sinope, città nella quale era venerato il dio Baal o Bel o Ea, detto anche SarApsi. A Sinope questo dio avrebbe assunto anche qualità e poteri propri di divinità greche (come Pluto), formandosi una mescolanza greco-semitica sfociata in Serapide. Altri studiosi collocano la nascita del culto di Serapide a Menfi, dove il dio Osorapis (Osiride-Api) era venerato nelle grotte sepolcrali come toro morto, o nei santuari, come dio del mondo sotterraneo.

Comunque sia, Serapide divenne una vera e propria divinità cosmopolita con innumerevoli templi e documenti che attestano la diffusione del suo culto, ed in entrambe le ipotesi proposte, si evidenzia la connessione al mondo sotterraneo. Il sottosuolo contiene i misteri dell’aldilà, ma produce anche ogni sorta di fecondità legate alla terra. Per questo motivo il dio Serapide, al pari degli dei greci e romani Pluto e Plutone, accolgono in loro i misteri della morte e allo stesso tempo della fecondità.

Dell’immagine di Serapide ci giungono dettagliate descrizioni dell’idolo venerato nel Serapeo di Alessandria: il dio, era rappresentato in abiti greci, seduto sul trono, con il volto virile e barbuto al pari di Zeus e con il modio, un copricapo piatto egiziano ma anche greco. La statua del Serapeo era in legno, rivestita nelle parti nude del corpo in una lega di diversi metalli che davano un colore azzurro che ben si addiceva al carattere sotterraneo del dio, mentre le vesti erano rivestite d’oro e pietre preziose di ogni genere. L’idolo così, con le sue sole fattezze, esprimeva i tre concetti di potenza, di mistero e di benignità, propri del dio che garantiva l’immortalità agli iniziati nell’oltretomba, che elargiva agli uomini il pane e assicurava il dominio sulla terra d’Egitto.

Non sono rare le immagini in cui Serapide regge uno scettro con la mano sinistra, mentre la destra è abbassata sul capo di un Cerbero che ha tre differenti teste – di lupo, di leone, di cane – e ha il corpo avvolto nelle spire d’un serpente. Non meno del bue Apis, era sacro a Serapide il serpente (simbolo del mondo ctonio per eccellenza), e perciò non solo questo animale figura spesso in qualche modo accanto a lui, aderente alla sua persona, ma si hanno anche numerosi esemplari di serpenti a testa di Serapide.

Il dio greco Pluto, romanizzato in Plutone, come abbiamo detto affine a Serapide, presenta anch’esso un carattere ambivalente che possiamo associare alla ricchezza, così come pure alla morte, poiché egli è il Signore dell’Ade/Averno sul quale regna assieme alla dea Persefone/Proserpina.

Pluto in lingua greca significa letteralmente “Ricchezza”, motivo per cui oggi è in uso la parola “plutocrazia” per indicare un governo retto da ricchi oligarchi. Come dio dei morti è re dell’Ade, cioè colui che “si nasconde”, quale dio della prosperità è riconducibile ai tesori celati nelle viscere della terra (metalli e pietre preziose), ma anche alla terra che nutre i semi del raccolto.

Come signore dell’abbondanza e della ricchezza, Plutone esprimeva l’aspetto quale divinità sotterranea positiva, simbolizzata dalla cornucopia, mentre come Ade, dio degli Inferi, al pari di Serapide ne esprime l’aspetto tetro, simbolizzato dal serpente e dal cane tricefalo Cerbero. Talvolta, nel mito greco, la duplice identità di Pluto /Ade viene separata, così come nella mitologia romana si può riscontrare un’analoga contrapposizione tra Dis Pater (Ricco padre), generoso signore della terra e Orco, signore degli Inferi, antica divinità di origine etrusca.

In relazione al mondo sotterraneo ricco di pietre e metalli preziosi, merita la nostra attenzione anche la figura di Efesto, che nella mitologia greca è il dio del fuoco, delle fucine, dell’ingegneria, della scultura e della metallurgia. Questa dio era adorato in tutte le città della Grecia in cui si trovassero attività artigianali, specialmente ad Atene (dove aveva sede il tempio omonimo). Nell’Iliade, Omero racconta di come Efesto fosse brutto e di cattivo carattere, ma con una grande forza nei muscoli delle braccia e delle spalle, per cui tutto ciò che faceva era di un’impareggiabile perfezione. La figura di Efesto, il “Dio artigiano” sembra transitare il significato della “ricchezza” intesa nel senso della fecondità e dell’abbondanza della Terra, a quello di una “ricchezza” che è posta nelle mani dell’uomo, che imprime un surplus di valore alle sostanze materiali, grazie alla propria creatività espressa con le arti. 

Con il passare dei secoli, quando l’agricoltura, l’artigianato e il commercio iniziarono a svilupparsi attivamente, vennero alla ribalta altri dei greci di ricchezza, fertilità e commercio come Demetra, Mercurio, Ermes che affiancarono il culto di Pluto, specificando i caratteri di questa ricchezza propriamente riferita all’uomo, piuttosto che agli dei.

Così accadde anche che vari oggetti assunsero una particolare connotazione simbolica: il corno della capra Amaltea, che allattò il piccolo Zeus, divenne la “cornucopia” che spesso nell’arte è raffigurata come un contenitore colmo di vari frutti e vegetali in genere, talvolta di oro e monete, sorretto, oltre che da Pluto, anche dalla dea della giustizia – Themis.

Il simbolo della cornucopia divenne talmente diffuso nell’antica Grecia, che le monete venivano coniate con l’immagine di una cornucopia impressa sul retro. Nel Medioevo, la simbologia della cornucopia fu mutuata nella religione cristiana nella sua espressione essoterica (cioè rivelata e destinata al popolo) in quella del Santo Graal, che è la fonte della vita eterna e della ricchezza. Nella Divina Commedia, Dante tratteggia il dio Plutone con sembianze da Lupo, (una delle tre identità composte nella bestia infernale di Cerbero che come abbiamo visto, era domata dallo stesso Plutone). Questo animale durante il medioevo era associato all’avarizia. Ed anche Tommaso d’Aquino descrive il peccato d’avarizia come “un lupo che risale dall’inferno, e che giunge per infiammare il cuore umano” scatenato da Mammona.

 

Attraverso questi esempi è possibile seguire la trasformazione di significati associati alla ricchezza, che sempre più assume una connotazione materiale rispetto alla sua origine e che, esprime altresì i caratteri di una decadenza sociale.

Il passaggio dalla religione pagana politeista al monoteismo, acuisce le contrapposizioni simboliche che le divinità “difettose” greche e romane pacificavano. Dato che il dio “unico e giusto” non può racchiudere in sé alcunché di corrotto o malvagio.

E ritengo indubbiamente interessante annotare gli episodi di idolatria citati nella Bibbia, come il famoso racconto del “vitello d’oro”, ma soprattutto è interessante istituire un paragone con le divinità dell’Olimpo trattate e la figura misteriosa di “Mammona”, accennata citando il passo di Tommaso d’Aquino, ma che secondo l’apostolo Luca, lo stesso Cristo indicò come l’entità del gretto materialismo.

Mammona è un termine usato nel Nuovo Testamento per personificare il profitto, il guadagno e la ricchezza materiale, generalmente con connotazioni negative, ma che la tradizione antica fa risalire a un demonio. Le caratteristiche di questo demonio sono particolarmente affini a quelle di Serapide / Pluto-Plutone per la loro parte infernale.

Il termine Mamon in aramaico, viene tradotto come il “tesoro sotterrato”.

Alcuni studiosi hanno suggerito di collegarlo alla radice ebraica ‘mn (da cui proviene il termine amen) che indica fiducia, affidamento; ma altri propendono per l’ebraico “matmon”, che significa, appunto, ricchezza, o tesoro. Altra ipotesi è dall’ebraico mun (provvedere il nutrimento). Il significato dei diversi campi semantici converge comunque nel generico concetto di sicurezza materiale. Infatti, il termine ebraico è divenuto sinonimo di “soldi”.

 

Nella tradizione cristiana, San Gregorio afferma che Mammona era solo un altro nome di Belzebù.

Santa Francesca, nelle sue Visioni dell’Inferno, afferma che i demoni più importanti che obbediscono a Lucifero sono tre: Asmodeo, che suscita il vizio della carne; Mammona, che rappresenta il vizio dell’avarizia; e Belzebù che è a capo di tutte le idolatrie e attività oscure.

In altri scritti occultisti, di molto posteriori, quali il Dictionnaire Infernal dell’esoterista Collin de Plancy, forse anche per ragioni politiche e di avversione nazionalista, Mammona appare come ambasciatore dell’inferno in Inghilterra, nazione che è considerata dall’autore ( e forse non a torto), la più opulenta, colonialista ed imperialista. Infine, per lo studioso Thomas Carlyle, vissuto a cavallo del XVIII e XIX secolo, il “Mammonismo” diventa semplicemente la personificazione metaforica dello spirito materialista dei suoi e, ahimè, anche e soprattutto dei nostri, tempi.

Cosa ci insegna dunque il mito?

Innanzitutto che della ricchezza associata al privilegio materiale conferito dal possesso di beni, ori, preziosi o semplicemente del denaro, non vi è quasi traccia di deificazione, neppure prostrandoci davanti agli idoli d’oro; la ricchezza come oggi la intendiamo era al massimo contemplata come elemento subordinato rispetto ad una vasta scala di altri principi virtuosi.

Nell’animismo, la religione dell’alba dell’uomo, la ricchezza era una risorsa che apparteneva alla Grande Madre Planetaria, che essa dispensava in forma di sostentamento, in modo imparziale a tutte le sue creature. Questa ricchezza poi passò nelle mani consapevoli degli dei, ed a quel punto però si connotò del principio di separazione, proiettò l’ombra della propria controparte, vale a dire della restituzione, del ritorno inesorabile alla terra. Furono poi gli uomini a sottrarre la ricchezza agli dei, e questa ricchezza da “impersonale” divenne “personale”. Nei primi tempi gli uomini adornarono la “ricchezza” con la conoscenza, le diedero una forma nelle arti, dialogando con i suoi principi. Ma l’energia della ricchezza tolta alla Terra, libera e incontrollata ebbe infine il sopravvento. O forse meglio, furono gli uomini che si dimostrarono incapaci di gestirla ed arrivarono i tempi dei demoni che emersero dal sottosuolo e che oggi affollano le nostre strade in giacca e cravatta, muniti di valigetta 24 ore.

Disegnando la parabola di significati della ricchezza, dobbiamo ammettere di trovarci oggi nel punto discendente più basso.

Chiediamoci allora se non valga la pena di restituire al concetto di ricchezza i suoi valori primigeni, percorrendo a ritroso il cammino, affidandoci nuovamente alla cultura, all’arte e alle scienze in modo disinteressato, per poi assegnarla nelle mani antiche degli dei, espressi dalla memoria e dal rispetto del nostro passato, e infine, nuovamente alla Terra, imparando a vivere sotto le sue leggi assolute e imparziali, che non premia quando alleva e non punisce quando sopprime.

Un saluto e alla prossima.

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Written by Paolo Dolzan

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