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SOBEK, IL LABIRINTO, LA PIRAMIDE

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La censura, il silenzio armato dell’omissione e la menzogna mediatica non riguardano solo la nostra quotidianità sociale, che nei tempi del Coronavirus si è inasprita mostrando il vero volto celato dietro la democrazia, poiché la stessa strategia è concertata in tutti i settori dell’informazione, con il preciso scopo di mantenerci con l’inganno nell’ignoranza. Non è dunque risparmiato anche il campo dell’archeologia e dello studio delle antiche culture, ma anzi, è proprio in questo contesto che si disputa la partita più importante.


Così oggi, voglio parlarvi delle mie ultime ricerche e di informazioni che ho raccolto che hanno a che fare con il capitolo dell’antico Egitto. Per una volta, eviteremo il fascino del mistero che aleggia sulla piana di Giza, per addentrarci alla scoperta di altre testimonianza che reputo oltremodo interessanti.

Nella geografia dell’antico Egitto esiste un luogo conosciuto come il Fayyum, che è noto soprattutto per le scoperte di sepolture risalenti al periodo declinante dell’Egitto dei Faraoni, ormai assoggettato all’Impero romano. Si tratta delle note mummie, quasi sempre prive di un sarcofago, rinvenute in tombe collettive, che in luogo della maschera funeraria presentano splendidi ritratti dipinti su tavolette di legno poste sul viso e lasciate in vista dalle garze, che rivelano, quasi come delle istantanee fotografiche, la fisionomia del trapassato in modo estremamente realistico, tanto da lasciarci intuire anche il carattere psicologico, in anticipo di molti secoli sulla ritrattistica della pittura occidentale che fiorirà tra il XV e il XVI secolo, con l’età rinascimentale.

Mummia egizio-romana del Fayyum.

Il Fayyum è invece meno noto per la presenza di luoghi estremamente importanti, come templi e piramidi, dei quali gli antichi storici come Strabone, Erodoto, Diodoro Siculo, Pitagora e Plinio il Vecchio, hanno descritto le meraviglie. Ma anche la storia più recente del luogo, legata ad episodi di scavo archeologico effettuati nel XIX secolo, ci riserverà delle interessanti sorprese…

Il luogo si trova a 130 km a sud-ovest del Cairo, dove oggi si trova la città di Al-Fayum,
all’interno della omonima oasi che dista 30 km dal Nilo, ed è la più grande oasi del deserto occidentale, irrigata dal canale Bahr Yussef che attraversa importanti siti archeologici per terminare nel lago salmastro Qarun, che nei tempi antichi era di acqua dolce ed era noto come Meride.
Come già detto, oltre ad essere di particolare interesse archeologico per lo studio dell’Egitto ellenistico e romano, questa zona presenta delle tracce di antichi insediamenti che risalgono ad oltre seimila-settemila anni fa, che confermano la lunga tradizione abitativa del luogo, e oltre a questo, si trovano le vestigia di templi e piramidi che forse potrebbero aprire nuovi capitoli di storia.

Flinders Petrie

Le prime sistematiche campagne di scavo sono state condotte dal 1887 al 1890 dall’egittologo britannico Flinders Petrie, (Charlton, 3 giugno 1853 – Gerusalemme, 28 luglio 1942) , uno dei padri dell’archeologia moderna, il cui carattere eccentrico, già di per sé, meriterebbe un ampio approfondimento. Vi basti sapere che giunto in Egitto per la campagna di scavi, andò ad abitare in una antica tomba, nell’ambiente era noto per la sua trasandatezza, dato che era costantemente ossessionato solo dalle sue ricerche; ma la sua visione romantica strideva anche con con le idee che lo ponevano tra le fila dei sostenitori del pensiero eugenetico, che forse tentò di pacificare, con il gesto risolutore di lasciare la propria testa in dono alla scienza, come sublime esempio di “razza britannica”.

La testa in formalina di Petrie

Trascorse gli ultimi anni di vita a Gerusalemme, dove infine venne sepolto sul Monte Sion il suo corpo senza testa, perché di questa si perse ogni traccia nei duri anni della seconda guerra mondiale, per riaffiorare infine per caso, tra gli oggetti accantonati alla rinfusa nei magazzini di un college inglese. La testa in un barattolo venne identificata nel 1989 dal giovane archeologo, allora ancora studente, Shimon Gisbson.
Il merito di Flinders Petrie, questo archeologo controverso, fu indubbiamente il metodo di ricerca dedicato alla studio dei piccoli indizi dei reperti ritenuti all’epoca di scarso valore, piuttosto che dedicarsi alle scoperte sensazionaliste, anche se come vedremo, non mancano nella sua carriera importanti ritrovamenti.
Egli si concentrò soprattutto sulla scoperta di papiri che rinvenne in centinaia di esemplari; la maggior parte di questi furono recuperati nelle tombe, seppelliti insieme ai morti o, addirittura, usati per avvolgerne le mummie, oppure peggio, all’interno di depositi di rifiuti.
Con il suo lavoro fu il primo a denunciare l’incuria da parte delle autorità locali e il fiorente mercato degli antichi manufatti egizi in Occidente, il saccheggio e la distruzione all’ingrosso di antichità inestimabili.


Pur tuttavia, egli stesso finì con l’alimentare il meccanismo deleterio, dato che quando Flinders Petrie riportò i suoi reperti in Inghilterra, il materiale fu diviso tra diverse istituzioni: una parte finì alla Bodleian Library di Oxford (dove si trova ancora oggi), mentre tutto il resto del materiale papirologico rimase a Londra e fu donato al Dipartimento di Egittologia dell’Università di Londra, ma lì vennero custoditi in un luogo segreto nel dipartimento per più di 50 anni e ad oggi, non sappiamo quali informazioni essi contengano, tali da giustificare questi provvedimenti di sicurezza e diversi di questi papiri non sono ancora stati fotografati e resi noti.
Sappiamo però, che migliaia di papiri in quegli anni vennero trafugati e finirono nelle mani di collezionisti privati.


La città che attualmente è chiamata in arabo Al-Fayum, un tempo era nota con il nome greco-latino di “Crocodilopoli”, ed il suo nome egiziano era Shedyet.
Dell’antica Crocodilopoli e dei suoi templi e palazzi non è restato molto, solo alcuni cumuli di rovine con blocchi scolpiti dove sorgeva il tempio dedicato al dio Sobek, il dio coccodrillo protettore della città, ma simili santuari si trovano anche nelle città di Kerkeosiris, Theadelfia, e Karanis.

Il tempio di Sobek a Kom-Ombo

Tuttavia, il tempio di epoca tolemaica di Kôm Ombo, che sorge sul promontorio omonimo e che domina l’ansa del Nilo, è quello meglio preservato, anche se ha la particolarità di essere stato consacrato a due diverse triadi di divinità, nelle quali Sobek appare nella prima e più antica, affiancato agli dei Hathor e Khonsu.
In linea con l’usanza degli antichi egizi di venerare molte creature del mondo animale divinizzando le loro qualità, dalle fonti antiche sappiamo che i templi di Sobek erano abitati dai Petsuchos, che in lingua egizia significa “coccodrillo”.

Dallo storico Erodoto sappiamo che il culto dei coccodrilli era sacro solo in alcune regioni, mentre in altre parti dell’Egitto non solo non lo era, ma gli animali venivano spesso crudelmente cacciati e mangiati; in relazione ai luoghi nei quali la popolazione era consacrata ad un culto di una divinità antagonista di Sobek.

Nella tradizione egizia per esempio, la piccola Mangusta (chiamata Icneumone) era considerata un acerrimo nemico del potente coccodrillo, e si riteneva che approfittasse del momento in cui il rettile spalanca le fauci, per penetrargli nel corpo e strappargli il cuore.
Ma sulle sponde del lago Meride, quindi nell’area della vasta oasi di cui stiamo parlando, lo storico Diodoro Siculo ci narra che il coccodrillo sacro che dimorava nel tempio, disponeva di una grande vasca, sontuosi giacigli di tappeti e fini materassi; era nutrito delle migliori prelibatezze di prede che gli venivano sacrificate, il suo corpo veniva curato e massaggiato, quindi cosparso di unguenti e ornato di gioielli preziosi, sul muso e sulle zampe. Alla fine dei suoi giorni, veniva imbalsamato e sepolto con tutte le cerimonie all’interno di arche sacre.

Mummie di coccodrillo del Fayyum, Museo del Cairo


Se da un certo punto di vista è facile comprendere che il culto del temibile animale fosse sorto per la convivenza forzata e per la sua presenza diffusa in quelle regioni paludose e lacustri, è interessante approfondire il valore simbolico dell’animale, anche per appurare se tali tradizioni ci potrebbero condurre poi verso nuovi scenari… per esempio, capire se il culto o la persecuzione dell’animale ci consente di ipotizzare anche più precisi schieramenti sociali e conflitti interni alla società egizia, di natura non solamente religiosa.
A questo proposito, sto collegando alcuni importanti fatti che non possono trovare in questa sede lo spazio di una opportuna spiegazione, ma che costituiranno un tema importante che sarà trattato nei vari capitoli del libro al quale ho ricominciato a lavorare e che prevedo di pubblicare. Per il momento mi limito ad anticiparvi che ho motivo di credere che questa divinità coccodrillo, sia connessa ai rarissimi sacrifici umani che ebbero luogo nell’antico Egitto, e da questo accenno, qualcuno potrà avviarsi verso un’interessante ricerca.

Il dio Sobek veniva raffigurato sia integralmente come un coccodrillo, sia come una figura umana con testa di coccodrillo. Molti studiosi ritengono che il nome Sobek, derivi dal verbo che significa ingravidare, altri sono dell’opinione che derivi dal verbo unire. In entrambi i casi, sono definizioni che a mio avviso, riassumono il carattere poliedrico di questa divinità.


Sobek godette di una venerazione continua e molto sentita lungo tutta la storia egizia, dall’Antico Regno fino alla dominazione romana dell’Egitto. Dalle fonti note, il suon nome compare per la prima volta in vari Testi delle piramidi della V e VI dinastia, come “figlio di Neith”, l’antica dea della Guerra e guardiana delle anime morte in battaglia.
Oltre ad avere una funzione apotropaica, come accennato, legata ai pericoli dei coccodrilli che infestavano le acque del Nilo, il dio Sobek possiede un’identità molto sfaccettata, dato che era connesso al potere del faraone, alla fertilità, alle acque, alle tempeste degli elementi e alla potenza militare.
Il coccodrillo, come esempio di fossile vivente, dato che è una delle specie più antiche che popolano il pianeta senza aver subito significative modifiche evolutive, nella tradizione egizia era anche collegato ai primi eventi della creazione: il dio-coccodrillo partecipa della creazione del mondo come manifestazione di Ra (il dio Sole) sorgendo dalle acque del Lago Moeris. Qui ritroviamo lo stesso mito cosmogonico presente ad Ermopoli, assegnato alla Ogdoade cioè le otto divinità primordiali (4 maschili e 4 femminili), che pure avevano sembianze anfibie e rettili, rappresentati dagli uomini-rana e dalle donne-serpente.

Ogdoade: le otto divinità della Creazione


Di questi portatori di luce primordiali che emergono dalle acque dell’abisso, e con loro l’immagine del dio coccodrillo Sobek, i più attenti non mancheranno di ravvisare una familiarità con la tradizione mesopotamica dell’Oannes-Dagon (l’uomo pesce), uno dei 7 divini Apkallu che portò la conoscenza agli uomini; così come i Nommo rettili e anfibi che scesero dal cielo ed insegnarono alla tribù africana dei Dogon i misteri delle stelle.

La natura terribile dell’animale contiene la natura ancora più terribile della divinità che si esprime in forze uguali e opposte: così Sobek- Ra / sole è l’alleato di Iside che aiuta a ricomporre i pezzi di Osiride smembrato dal fratellastro Seth, ma allo stesso tempo, è anche la furia degli elementi della tempesta, il divoratore insaziabile del tempo nel regno dei morti che si trasforma nell’avversario di sé stesso; in Sobek/Seth, il Sole Nero, il fuoco infero della Terra dei Morti.
E’ appunto, la doppia natura del coccodrillo, che racchiude la ferocia del predatore e l’anima amorevole e delicata della madre, che protegge i suoi piccoli, tenendoli al sicuro tra le sue fauci.

Benché il suo culto sia nato nell’Antico Regno, Sobek raggiunse il suo apice nel Medio Regno sotto il faraone Amenemhat III della XII dinastia, che avviò la costruzione di opere per esaltare Sobek, molte delle quali nel Fayyum. In quel periodo, Sobek andò a incontro a un importante mutamento e venne associato al dio della regalità, Horus. Tale accostamento, Sobek/Horus, lo legò all’istituzione regale. E quando si affermerà come divinità incarnata nel faraone, Sobek per mezzo di lui: “mangerà con la Sua bocca, urinerà e si accoppierà con il Suo membro e prenderà le donne dai loro mariti, secondo il capriccio del suo cuore, poiché è Signore dello sperma”.

Sobek nella raffigurazione antropomorfa, dell’uomo dal muso di coccodrillo, è portatore dei seguenti epiteti: “Colui Che ama la rapina, Colui Che ha i denti aguzzi, Colui Che mangia anche mentre si accoppia”.
Questa enfasi sulla dimensione corporale proposta spesso dal mito del dio Sobek, assieme allo studio di racconti storici di Erodoto e Plinio Il Vecchio, hanno fatto supporre ad alcuni studiosi, (fra cui Adolf Weiman), che nell’adorazione del coccodrillo si potesse celare anche una persona deificata e, per la precisione, che si tratti dell’autore del mitico labirinto di Hawara che Erodoto visitò e descrisse nei suoi resoconti.

Ecco che la figura del dio Sobek, ci trasporta tra le acque dell’Oasi del Fayyum fino alle sabbie desertiche dove sorgeva, e probabilmente esiste ancora, un luogo che, nello storico greco suscitò una tale meraviglia da definirlo un luogo impareggiabile superiore alle grandi piramidi. Ma Erodoto non fu il solo visitatore, dato che altri illustri sapienti del passato, come Manetone e anche Pitagora ce ne forniscono una dettagliata descrizione.

Il labirinto di Meride

IL LABIRINTO DI HAWARA anche chiamato di MERIDE, data la vicinanza all’omonimo lago, è una costruzione labirintica, parte integrante di un tempio funerario posto a sud della piramide di Amenemhet III (1842 a.C.-1797 a.C.).
Dai resoconti antichi, esso era costruito in un’area di 70.000 m² , comprendeva 3.000 stanze e 12 cortili disposti su due livelli, di cui uno sotterraneo.
Una parte del tempio funerario fu scoperto nel 1888 da Flinders Petrie, (il quale dunque non si occupò solo di papiri), che rinvenne i nomi di Amenemhet III e della figlia Sebeknofru, oltre a due basamenti di colossali statue distrutte e che sono oggi noti come i “Colossi di Biahmu”.
Del Tempio sono rimasti poche altre rovine e frammenti di colonne in granito, essendo stato utilizzato come cava di pietra fin dal tempo dei Romani.
Ufficialmente per quasi un secolo si è creduto che le uniche testimonianze del labirinto fossero le poche vestigia scoperte da Petrie, ma scavi archeologici recenti stanno ricostruendo la complicata planimetria dell’edificio.

Nel 2008, la Mataha Expedition ha eseguito una scansione del suolo, rilevando numerosi indizi di camere e spessi muri posti a notevole profondità sotto la superficie.
Scavando, i ricercatori si sono imbattuti in muri e strutture a circa 2,5 m di profondità; questo strato, secondo gli archeologi, risale al periodo romano e tolemaico. Sotto questo strato incombe un blocco di pietra gigantesco, che già Petrie aveva segnalato. La sorpresa è avvenuta quando gli scienziati hanno scansionato l’area sotto il blocco e quello che hanno trovato ha confermato la loro ipotesi: sotto ci sono centinaia di stanze e quello che Petrie credeva essere il pavimento, in realtà era il soffitto!
Ed è a questo punto che accade l’inspiegabile, dato che una scoperta sorprendente, che avrebbe potuto riscrivere le pagine della storia, non è stata divulgata in maniera appropriata per l’ostracismo incomprensibile del governo egiziano che da ormai 12 anni ha bloccato le ricerche.
Ma noi sappiamo che il Labirinto di Meride è conosciuto da secoli nei circoli iniziatici, ed allo stesso modo della sfinge, (di cui un giorno se avrò occasione, vi racconterò di una personale esperienza), questo è il luogo di segrete visite e di riti ancora oggi praticati al suo interno.

I misteri del Fayyum non si esauriscono con il labirinto, e le descrizioni degli antichi ci portano da qui alla vicina piramide, che oggi appare come un ammasso informe di rovine consumate dall’incuria e dal tempo.
Erodoto narra che Vicino all’angolo dove ha termine il Labirinto, s’eleva una piramide alta quaranta orge, sulla quale sono scolpiti degli animali di grandi dimensioni; la via che porta a essa è stata scavata sotto terra.
Come nel caso del labirinto, dove lo stesso storico afferma riposino i corpi dei dodici re che sovrintesero alla sua costruzione, alludendo a tempi più antichi di quelli oggi prospettati, così ho maturato il pensiero che anche la piramide sia assai più remota della datazione ufficiale.
Di questo monumento sappiamo che vi si accedeva attraverso un corridoio sotterraneo collegato al labirinto. Anche se le dimensioni non competono con quelle delle tre grandi piramidi della piana di Giza, questa piramide ha una caratteristica unica, dato che, al suo interno, il nucleo sepolcrale è composto non da un sarcofago, bensì da un’intera camera funeraria ricavata da un unico blocco di quarzite di circa sette metri per tre, e dell’incredibile peso di 120 tonnellate.

E su questo lascio a voi il campo delle riflessioni.

L’ultimo spunto di ricerca di questo viaggio tra le parti più in ombra e meno conosciute dell’Antico Egitto, riguarda il caso di una singolarissima mummia, nella quale pure aleggia l’inquieto spirito del dio Sobek:

La “Principessa-coccodrillo”

In tempi recenti il quotidiano turco Hürriyet ha ricevuto il permesso dalle autorità di fotografare una insolita mummia egizia conservata a Istanbul, che da oltre un secolo è stata custodita nel segreto del Palazzo di Topkapi, per via delle sue fattezze mostruose.
La mummia fu portata dall’Egitto alla Turchia durante il regno del sultano ottomano Abdulaziz a metà del 1800. Fu conservata nel palazzo Yildiz a Istanbul, che all’epoca era la residenza ufficiale del sultano, fino a quando Abdulhamid II non la trasferì nel palazzo di Topkapi, impedendo a chiunque di esaminarla.
Ma la mummia non appartiene a nessun esperimento genetico o mostro di natura, perché secondo gli esperti turchi, la mummia è composta dai resti di un’antica principessa egiziana non identificata e dal corpo e dal cranio di un coccodrillo del Nilo.
La leggenda intorno alla mummia suggerisce che la giovane principessa fu attaccata e divorata dal grande rettile che venne ucciso, ma senza poter trarre in salvo la fanciulla. Così i governanti del tempo decisero di unire i due corpi, con la convinzione che la giovane sarebbe stata resuscitata come un coccodrillo.

Un saluto alla prossima e buona ricerca.

 

 

 

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Written by Paolo Dolzan

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