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Stesse tecniche di perforazione.

Testa di mazza in giada, Costarica 200 dC. – Sarcofago egizio circa 2000 aC.

In un tempo in cui non era ancora stato scoperto il ferro, civiltà distanti nel tempo e nello spazio realizzavano fori in materiali durissimi, come il granito la giada e l’ ossidiana nera, nello stesso identico modo e apparentemente anche con gli stessi arnesi. Ma non è cosi, le fonti ufficiali si ostinano a non vedere la realtà dei fatti per non dover riscrivere la storia, e per ogni civiltà e luogo ha la sue spiegazioni allucinanti. Ci sono due tecniche principali per la realizzazione di fori, simili per ogni cultura del mondo; la prima è per i fori più grandi , presumibilmente veniva usato una specie di tornio dove ancora oggi si possono vedere solchi a spirale lungo le pareti che vedremo nello specifico prossimamente, e la seconda come in questo caso con vere e proprie trapanazioni nell’ intento di svuotare l’ oggetto il più possibile per una successiva lucidatura. Per l’ Egitto la menzogna che va per la maggiore è la trapanazione mediante un cilindretto di rame e la solita sabbia magica, una tecnica che nella vita reale potrebbe funzionare solo sulla terracotta, e non su una lastra di granito che nella scala Mosh di durezza sta al settimo posto su dieci. Una qualsiasi punta di qual si voglia materiale deve sopportare anche una notevole pressione di spinta mentre ruota per incidere, e di sicuro il rame non il metallo migliore per l ‘ operazione. Per le culture mesoamericane come già scritto in precendenza la spiegazione è ancor più fantasiosa, e cioè con canne di bambù e la solita sabbia miracolosa del centro America famosa in tutto il mondo per le sue proprietà super abrasive grazie al diamante rubino e corindone! Nella testa di mazza costaricana si può vedere benissimo di che precisione assoluta stiamo parlando, fori l’ uno accanto all’ altro che se non hai un banco di lavoro con morse e una punta di trapano stabile e regolare difficilmente riusci a realizzare, figuriamoci con un archetto primitivo per accendere il fuoco con punta di pietra o di selce. Ridicolo, anche qui ricordo la durezza della giada a 6,5 nella scala Mosh.

A sinistra un altro esempio di questa tecnica dal Messico, un vaso di alabastro incompiuto dove si osserva questa tecnica a metà dell’ opera. La ciotola nera a sinistra tutta forellata viene dall’ antica Mesopotamia ed è datata al 3000 aC. realizzata in ossidiana nera, uno dei pochi reperti incompiuti che per fortuna è arrivato a noi. Grazie al Metropolitan Museum di NY possiamo vedere che anche nella terra degli Anunnaki la tecnica di lavorazione è la stessa come in ogni altra parte del mondo, e cioè svuotare il reperto in questione con più fori per togliere il grosso, e con un tornio ripassare bene i cerchi e lucidare in seguito. Non ci sono tecnologie fuori dal tempo, e anche a loro capitava di sbagliare, si vede infatti come gli si è spezzato il bordo e hanno abbandonato l’ opera. tecnica uguale per tutte le culture del mondo, una sorta di globalizzazione delle arti.

foto da Baraka gallery e Met Museum.

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Written by Luca Zampi

Appassionato da sempre dalle antiche civiltà del nostro passato, oggi in cerca di prove su una possibile origine comune, una civiltà globale che ha lasciato traccia di sé attraverso costruzioni megalitiche, reperti antichi con le stesse lavorazioni dei materiali, miti e leggende varie. Una visione alternativa della nostra storia attraverso l'analisi dei fatti , documenti e comparazioni fotografiche in grado di far luce ai tanti tabù e misteri che circondano queste antiche civiltà sparse per il mondo.

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